Il tecnico Mauro Baldo torna ad allenare a tempo pieno. Lo farà seguendo Leopoldo Fagnani Pignaton, classe 2010 (primo anno Aspiranti), mamma brasiliana e papà italiano, base di vita tra Svizzera, Italia e Trentino. Il ragazzo corre per il Brasile, chissà, magari per rincorrere la stella Lucas Pinheiro Braathen! Cresciuto tra le file del gb Aprica, ha già macinato anni nel circuito italiano da children e porta sulle spalle un obiettivo dichiarato: i Giochi del 2030. Baldo, veneto, già nelle nazionali, da sempre legato a Cortina, accetta dopo aver raccolto informazioni, guardato video, parlato con chi il ragazzo lo conosceva già in pista.

Mauro, come nasce questa storia?
Arriva una proposta, e mi incuriosisce subito. Leopoldo lo conoscevo già un po’. Prima di dire sì raccolgo informazioni, parlo con chi lo ha seguito, guardo classifiche e video. Lo incontro sul campo a Livigno a fine stagione: si può fare! Una marchetta non interessa, una bella cifra e via. Torno per fare bene, perché c’è un progetto serio quanto stimolante, altrimenti avrei lasciato perdere.
Scusa, ma eri da poco diventato un riferimento tecnico nel racing di Völkl…
Vero, bellissima esperienza e mi avevano proposto anche un importante ruolo a livello internazionale. Poi è arrivata questa proposta e allora ha prevalso l’istinto primordiale che ha caratterizzato la mia vita. Senza un progetto vero e ambizioso e un ragazzo così determinato avrei proseguito con Völkl.

Chi è Leopoldo?
Un ragazzo del 2010, serio, con la testa sulle spalle e tanta voglia di lavorare. Ha una gemella, Carlotta, che segue un percorso diverso, dentro il gruppo internazionale di Pozza di Fassa, con il mitico Chris Knight, ex allenatore di Lindsey Vonn. Dunque per la prima volta la strada dei gemelli si divide! L’anno scorso si è affidato all’academy Apex 2100 di Tignes seguendo le gare children sul territorio francese
Una curiosità: il nome
Fagnani è il papà, Pignaton la mamma. Il padre fa il maestro di sci, parla milanese, e probabilmente ha trasmesso la passione fin dai primi giorni sulla neve. Da quello che ho capito, il nonno comandava, e tutti finivano a sciare.
Il progetto?
Le Olimpiadi del 2030. Un sogno resta un sogno. Un obiettivo è un sogno con un piano e una scadenza. Credo molto a questa differenza.

Quanto seguirai personalmente il ragazzo?
Tantissimo. Ho già salutato mia moglie con un bel regalo (vacanze), perché non mi vedrà fino a fine anno — e in fondo ci guadagna due volte: il regalo, e non avermi tra i piedi fino ad aprile. Seguo allenamenti, materiali, percorso tecnico. La preparazione atletica passa da Stefano Maldifassi e dal suo gruppo High Performance Method di Stefano Maldifassi: i primi test li abbiamo già fatti.

Che materiale userà, Völkl immagino?
No, niente Völkl. Arriva già con Dynastar-Lange, un buon pacchetto, azienda seria, materiali ottimi. Si parte da lì.
Dal punto di vista tecnico, che atleta è?
Oggi più slalomista che gigantista. Fisicamente deve crescere ancora molto, è in piena età evolutiva. Lo sci non è solo divertimento: è un percorso lungo, e lui deve imparare a fare l’atleta prima del campione.
Il tuo ruolo, oltre al campo?
Faccio il coach, ma anche un po’ il padre — senza responsabilità genitoriali, però vivi insieme, quotidianamente e a un ragazzino di sedici anni qualcosa la devi pur dire. La famiglia crede molto nel progetto, è sempre presente.
Correre per il Brasile è un vantaggio?
Offre un percorso diverso, più libero. In Italia il sistema, con tutte le sue logiche di squadra e di convocazioni, porta spesso a correre in continuazione, quasi senza respiro. A volte basta un episodio di gara — un “inciampo”, qualche punto perso all’ultima curva — per cambiare la stagione di un atleta e questo fa parte delle regole del gioco quando si gareggia dentro un sistema strutturato come il nostro. Uno straniero, fuori da quelle dinamiche, vive la stagione in un altro modo.
Il circuito regionale pesa così tanto, dentro questa giostra?
In Veneto si arriva quasi a 15 gare di circuito regionale, obbligatorie se appartieni al comitato. Gli stranieri non vivono questa giostra: decidono dove allenarsi, quando correre, e se un ragazzo sta male si riposa. Da noi, non sempre è così. Si creano a volte dinamiche particolari per cui capita che se stai bene ti fanno riposare e se stai male ti tocca gareggiare comunque, magari in una disciplina non tua. Un’antipatica deriva per questi ragazzi. Ma qui chiudiamo la parentesi se no non finiamo più!
Quindi il primo obiettivo sarà costruire un ranking?
Esatto. Si parte con gare mirate, di livello accessibile, anche in Sud America, ma non per forza la Coppa sudamericana (SAC). Poi pianificheremo con calma il resto, in base a dove Leopoldo rende meglio. Non impazzisco a correre dietro ai punti per inseguire un calendario che non ha senso.

All’Alpe Cimbra Fis children Cup del 2024
Una Coppa Europa è già nei piani?
Presto per dirlo. Se serve a fare esperienza, bene, ma non è il focus. Ha sedici anni, deve ancora vivere le batoste vere, in giro per il mondo. Magari un mondiale junior, qualcosa per mettere il naso fuori.
Cosa ti ha convinto a dire sì?
La serietà del progetto. Il talento, sinceramente, non mi ha mai convinto granché: chi ce l’ha spesso non ha mai dovuto faticare per ottenerlo, e a me quella fatica mancata non piace. Volevo capire se Leopoldo aveva voglia di fare le cose sul serio, non il solito giro veloce. L’ho trovata.
Sbaglio o sei un po’ cambiato come allenatore in questi anni?
Sì, pur restando lo stesso nello spirito. Quando ho cominciato, nell’85, ero un cowboy: tutto e subito, una gara continua anche “contro” il collega di fianco. Oggi resto un agonista in tutto quello che faccio, ma guardo oltre la gara di domani. Bisogna costruire un atleta. Gli obiettivi restano gli stessi, cambia il percorso per arrivarci.
I prossimi passi concreti?
Domani parto per la Svizzera, preparazione atletica. Poi le Alpi francesi, due giorni a casa, e il 10 luglio si parte per Ushuaia, appoggiati all’organizzazione di Macarena Simari Birkner.
E allora, davvero, riparti.
Sì, anche se in realtà non avevo mai smesso del tutto: negli ultimi anni avevo continuato a seguire un po’ di atleti, come Camilla Vanni e Leonardo D’Incà, dunque non sono mai rimasto con le mani in mano. Però il richiamo della pista resta troppo grande. Non c’è paragone.






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