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Squadra B, Andrea Truddaiu, il “custode” della terra di mezzo

Formia lo aspetta. Il primo raduno atletico della stagione bussa, le valigie sono pronte e Andrea Truddaiu trova comunque il tempo per raccontare il suo mondo. È il responsabile tecnico della squadra B maschile (con la supervisione di Max Carca), il tratto di binario dove un ragazzo diventa uomo nello sci, sopra la C dei giovani e sotto la Coppa del Mondo dei grandi. In Federazione dal 2017, responsabile centro-sud e secondo allenatore in C nei primi anni, poi il salto in B nel 2020. Una vita passata a leggere piste, condizioni, caratteri.

Quest’anno la squadra cambia pelle. Sotto arriva il Doc Lorenzi al posto di Deflorian, sopra sale Max Blardone, e il vuoto lasciato da quella partenza pesa quanto un applauso. Truddaiu lo accoglie con un sorriso largo: “Me lo sono perso volentieri”, dice, perché un’esperienza così matura merita la promozione, gioia pura più che rimpianto.

Sul gruppo, parla chiaro: B squadra rinforzata dall’inserimento di Corbellini, vincitore del progetto triennale legato al GPI Dicoflor, e da un nucleo di velocisti giovani — Lamp, Antonioli, Clara, Broglio — destinati a maturare in un paio di stagioni, sul modello di Alliod. Dieci atleti totali, ognuno con margini di sorpresa secondo lui, ma il nome buono per la scommessa resta chiuso nel cassetto.

Guardando gli ultimi anni, il livello della Coppa Europa cresce, resta fermo o scende?
Gigante e slalom volano, soprattutto lo slalom, una lotta serrata fino in fondo. Le piste restano il tallone d’Achille: troppo distanti, per difficoltà, da quelle di Coppa del Mondo. Risultato, classifiche strettissime in Coppa Europa e fatica vera nel salto di categoria successivo. Fanno eccezione le tappe italiane più tecniche, Pozza di Fassa su tutte; il resto raramente tocca i livelli di Campiglio, Wengen, Kitzbühel, Schladming. L’anno scorso la scelta tecnica ha tenuto i ragazzi in casa per lavorare sui punteggi, e qualcuno, Saracco in testa (salito in squadra A), ha guadagnato terreno proprio così.

Tra tecnica, preparazione atletica e materiali, qual è la componente decisiva oggi?
Niente prevale per davvero, camminano insieme. La base fisica pesa moltissimo, perché un corpo pronto a tenere sessanta curve di gigante o settanta porte di slalom in una manche libera la testa per il lavoro vero. Chi ottiene il miglior risultato nei test atletici non è automaticamente chi vince in pista. Reagire agli errori conta più del test perfetto: vince chi sa rialzarsi! Il gap tecnico, in questo contesto di piste sempre uguali, paga il prezzo più alto, e l’adattamento mentale dei ragazzi italiani arriva spesso un passo indietro rispetto al timing richiesto da gare durissime, dove un errore e mezzo significa finire fuori dai trenta.

Primo dettaglio che osservi analizzando la prestazione di un atleta?
L’adattamento, sempre. Le condizioni cambiano di continuo, il riscaldamento del mattino raramente fotografa la gara, e chi si accorda prima alle nuove circostanze porta a casa il risultato migliore. Lo sci moderno premia chi legge il terreno in tempo reale.

Preferisci formare specialisti o sciatori completi?
Si parte sempre larghi: gigantisti-slalomisti, comunque li si voglia chiamare. La base ampia regala possibilità multiple, capacità di adattamento superiore, vie di fuga in caso di infortunio o difficoltà specifica. Anche chi pende più verso il gigante porta dentro lo slalom, e viceversa; gli sci lunghi entrano negli allenamenti per cambiare attrezzo e mantenere prontezza trasversale. La specializzazione arriva, ma resta personale, frutto del percorso più che di un’imposizione a tavolino.

Un gigantista trova spazio per il SuperG?
Assolutamente, salvo impedimenti fisici. L’esempio di Talacci racconta tutto: gare di velocità calendarizzate, poi saltate se un gigante importante incombeva a stretto giro. La stessa logica vale al contrario per gli slalomisti vicini a un evento chiave, Coppa Europa o Coppa del Mondo che sia: la disciplina del momento prende la priorità, le altre restano sullo sfondo come allenamento.

Chi ti ha sorpreso di più, di recente?
Talacci, su tutti. Primo anno complicato, una gara di esordio a Zinal lontana dai vertici, e poi una progressione costante in Coppa Europa fino a giocarsi quasi un posto fisso in stagione, tre anni fa, con risultati pesanti in gigante. Il valore c’era già da ragazzino, mancava soltanto la conferma a quel livello.

Quanto tempo serve per costruire un vero discesista, considerando che gli svizzeri arrivano già pronti a 21 anni?
Dipende dall’atleta e dalle opportunità reali di allenamento in velocità, sempre limitate in Italia rispetto ad altre nazioni. Eppure, l’ultimo decennio racconta una squadra italiana paragonabile a quella norvegese per risultati, pur con poche settimane intere dedicate solo alla velocità pura. Alliod, Bernardi, Abruzzese, Paris: la matrice resta quasi sempre gigante e slalom, e l’evoluzione verso la velocità nasce dall’osservazione in allenamento, dalla scorrevolezza, dalla capacità di affrontare le curve. Oggi, guardando Odermatt o Franzoni, la velocità chiede anche tecnica pura, oltre la semplice scivolata.

Quale qualità cerchi prima in un atleta?
La passione, sopra ogni altra cosa. Chi mette quella al primo posto dimentica il peso delle trasferte e delle giornate infinite, costruendo su quella base applicazione, costanza, capacità di insistere nei momenti più bui. Quel fuoco interiore, mancando, fa disperdere anche il talento lungo la strada; Tomba lo dimostrava, con una fame di essere il numero uno che andava ben oltre la condizione economica.

Allenamento inverno 25/26 a Bielmonte (Oasi Zegna)

Quale rapporto cerchi di costruire con gli atleti?
Confronto, dialogo, empatia: tre pilastri, oltre ogni bacchetta magica. Ogni ragazzo merita un approccio diverso, perché la maturità arriva con tempi propri, e il compito dell’allenatore consiste nell’accompagnare quella crescita pure nelle stagioni storte, recuperando la forza di ripartire come unica strada percorribile.

Quale difetto fatichi maggiormente ad accettare?
L’indolenza. Lo sport ad alto livello passa per sacrificio vero, e un atleta superficiale, poco coinvolto nel confronto con i compagni, finisce per costruirsi un atteggiamento che lo danneggia da solo. La carriera di uno sciatore ha un orologio severo: arrivati a 25-26 anni a mani vuote, la strada cambia comunque. Meglio chi affronta le proposte di lavoro con concretezza, rispettando tempi e impegni, piuttosto che chi gira intorno alle cose, perdendo tempo, evitando di entrarci dentro davvero.

Come gestisci i riferimenti che i giovani portano da casa — padre allenatore, club d’origine, Comitato, Gruppo sportivo?
Porte aperte, sempre! Con i papà di Saracco e Seppi esempio concreto di collaborazione vera, specialmente nei momenti difficili. La condizione resta una: l’atleta deve affidarsi al lavoro condiviso con lo staff federale, perché il maggior numero di giornate, invernali ed estive, si vive insieme alla squadra. Chi pensa che le cose migliori si facciano solo a casa, distante dal gruppo, costruisce confusione, e quella confusione affossa per prima i percorsi promettenti. I video escono trasparenti, segreti pari a zero: guardarli insieme serve a ridurre le ambiguità, rafforzando la fiducia reciproca.

Lo staff tecnico della scorsa stagione

Ti emozioni ancora davanti a una manche o alla crescita di un ragazzo?
Sinceramente sì. Si passano insieme troppi giorni, condividendo lo stesso obiettivo, perché la soddisfazione finale richiami tutto il percorso fatto fianco a fianco. Il sorriso di un atleta all’arrivo resta l’immagine più bella, il bilanciamento perfetto tra fatica fisica e fatica emotiva e ogni anno regala emozioni proprie, dai Children fino alla Coppa Europa.

Più gioia per una convocazione in Coppa del Mondo o per la trasformazione quotidiana di un giovane in professionista?
Due soddisfazioni diverse, ugualmente belle. L’esordio in Coppa del Mondo regala una gioia vera, ma resta il punto di partenza, non quello d’arrivo: l’obiettivo finale è la permanenza, costruita gara dopo gara. Vedere un ragazzo maturare giorno dopo giorno regala invece un senso di percorso compiuto; la porta che si apre in Coppa del Mondo, però, resta aperta solo a chi continua a dimostrare valore.

Cosa consigli a chi è sul filo dell’esclusione dalla squadra, dopo anni di sacrifici?
Insistere, perché quanto fatto fino a ieri raramente rappresenta il massimo possibile di un atleta. Le maturazioni arrivano con tempi personali, e le porte in Italia restano sempre aperte per chi va forte.

Come si imposta la politica di selezione, tra giovanissimi emergenti e atleti già al passaggio senior?
Un mix bilanciato. La squadra C guarda fisiologicamente ai più giovani, mentre Coppa Europa diventa terreno per chi possiede già ranking sufficiente a costruire risultati concreti. Conquistare un livello di Coppa Europa solido risulta tutt’altro che impossibile, una volta dimostrato il valore in pista: la nazione porta fino a dieci atleti, e l’ottavo o il decimo posto restano aggredibili, sia in gigante che in slalom, anche per chi non veste la maglia di punta. In Super G lo spazio cresce ulteriormente, con un numero di partenti ancora più ampio.

Come cambia la squadra B con l’arrivo del Doc sotto e la partenza di Blardone sopra?
Cambiamento naturale, accolto con stima reciproca. Blardone porta in Coppa del Mondo un’esperienza maturata sul campo da ex atleta e da tecnico, sa come si vincono le gare di gigante e come si affrontano le piste più dure: contributo importante per i piani alti, accompagnato da un grande in bocca al lupo personale. Con Roberto Lorenzi, conosciuto da decenni e stimato come professionista, la collaborazione si costruisce su basi solide, nonostante il passaggio professionale diverso di Paolo Deflorian, ricordato con affetto sincero.

Le discipline tecniche maschili faticano in Coppa del Mondo: cambio generazionale, sistema, risorse?
Cambio generazionale, soprattutto. Il settore femminile ha avuto la fortuna di trattenere Sofia Goggia e Federica Brignone come ponte tra epoche; i maschi attraversano invece il passaggio dopo Razzoli, Gross, Moelgg, e quella transizione richiede tempo fisiologico, come già accaduto dopo Tomba. In velocità il movimento procede, con Paris e Frazoni a tirare il gruppo, mentre nelle tecniche Talacci, Kastlunger, Saccardi, Saracco e Barbera, campione mondiale junior, costruiscono la base per la prossima ondata. Scalare il ranking maschile risulta oggettivamente più complesso che nel settore femminile, ma la pazienza, sostenuta da lavoro vero, porta sempre frutti.

Quale luogo rappresenta davvero il futuro dello sci maschile italiano?
La squadra B, oltre ogni dubbio. Rappresenta il passaggio da ragazzo a uomo nello sci, il punto dove la Coppa Europa decide la traiettoria: decollo verso la Coppa del Mondo oppure necessità di altri tentativi. Un imbuto naturale, determinato da gestione, programmazione, ma anche dalle caratteristiche personali di ogni atleta; un binomio tra esperienza e gioventù da tenere sempre in equilibrio, perché ognuno costruisce il proprio passaggio con tempi suoi.

Sul tema della “spremitura” dei giovani nelle categorie minori, qual è la tua lettura?
Il problema riguarda il come, oltre il quanto. Uno sciatore pratica il proprio sport circa otto ore l’anno, minutaggio bassissimo rispetto ad altre discipline: spremere i bambini conta meno del rischio reale, programmare male conta molto di più. Un percorso fatto solo di pali, gigante dopo gigante, slalom dopo slalom, produce un ragazzo arrivato in squadra a corto di strumenti aggiuntivi, semplicemente esaurito. Un percorso vario, costruito su multilateralità e proposte differenziate — sci lunghi, esperienze motorie diverse, equilibrio tra video e pratica — forma invece un atleta pronto a ricevere i benefici del lavoro federale, capace di affrontare sessanta giorni di neve mantenendo energie intatte.

Quale errore individui più spesso nelle categorie giovanili?
La priorità sbagliata: risultato immediato per accontentare famiglia e club, a discapito della costruzione dell’atleta. Ripeto, programmare bene significa intrecciare gigante e slalom con sci lungo e attività propedeutiche, costruendo coordinazione e funzionalità motoria fin da piccoli, terreno su cui l’estero investe da anni nei percorsi scolastici. La conferma arriva da chi lavora per formare l’atleta prima del risultato: il risultato segue comunque, anche da giovani. L’allenatore che punta solo sul risultato immediato non aiuta il giovane atleta a costruire le basi solide del suo futuro.

Programmi immediati per la squadra, partendo da Formia?
Tre blocchi per le discipline tecniche e due per quelle veloci a Formia, ultimo blocco ancora con gli slalom-gigantisti a Sestriere prima del trasferimento allo Stelvio per la velocità; parallelamente, lavoro nello skidome di Wittenburg per entrambe le discipline. Il 29 agosto la squadra riparte compatta verso Ushuaia, scelta voluta per lavorare in maniera trasversale, su più tracciati nello stesso giorno, rafforzando la multidisciplina anche lontano da casa.

Come vedi il futuro del centro-sud, la tua prima patria?
Necessario un aggiornamento, condizionale d’obbligo. Le gare interregionali tra categorie baby, cuccioli, children fornivano stimolo e confronto reale tra i comitati, soprattutto in territori con bacino di utenza ridotto. Una programmazione invernale comune, oltre agli stage autunnali, garantirebbe continuità vera ai giovani. Nei miei tre anni col Centro-Sud ero riuscito a portare avanti questo programma, progetto che riuscì a costruire atleti come Valleriani, Carolli, Allegrini, Di Paolo, Saccardi…

Andrea Truddaiu con Goffredo Mammarella e Flavia Diletto Giordano nel 2019, quando era responsabile del Centro-Sud

Dopo le Olimpiadi, taglio di budget abituale: come gestite la fase post-olimpica?
Programmazione invariata dall’autunno in avanti, semplicemente maggiore attenzione gestionale. Scelta giusta, considerando il termine del quadriennio spostato a ottobre: mantenere una federazione efficiente, con i conti in ordine, garantisce continuità futura preservando la qualità del lavoro quotidiano. Riduzioni minime su singole voci, focus rafforzato sulle priorità reali: l’attività complessiva resta comunque ampia, intatta nella sostanza.


LE SQUADRA EC
Direttore Tecnico: Massimo Carca. Allenatore Responsabile: Andrea Truddaiu.


DISCIPLINE VELOCI
Atleti: Glauco Antonioli, Pietro Broglio, Max Clara, Emanuel Lamp, Leonardo Rigamonti, Luca Ruffinoni.

Tecnici: Stefano Canavese e Matteo Marsaglia (allenatori), Matteo Ferrara (preparatore atletico), Fabrizio Anfossi ed Elia Billeri (skiman).


DISCIPLINE TECNICHE
Atleti: Corrado Barbera, Matteo Bendotti, David Castlunger, Peter Corbellini, Jakob Franzelin, Lorenzo Gerosa, Stefano Pizzato, Davide Seppi, Enrico Zucchini, Francesco Zucchini (si unirà a ottobre per recuperare la piena efficienza fisica nell’estate).

Max Blardone e Andrea Truddaiu con Francesco Zucchini nell’inverno 2024/25

Tecnici: Cristian Deville e Samuele Sentieri (allenatori), Fabio Bianco Dolino (allenatore e preparatore atletico), Carlo Zazza (fisioterapista part-time), Samuele Cadei (skiman-allenatore), Nicolò Cerbo (skiman), Maurizio Urbani (skiman-allenatore).

(Foto di repertorio)

About the author

Marco Di Marco

Nasce a Milano tre anni addietro il primo numero di Sciare (1 dicembre 1966). A sette anni il padre Massimo (fondatore di Sciare) lo porta a vedere i Campionati Italiani di sci alpino. C’era tutta la Valanga Azzurra. Torna a casa e decide che non c’è niente di più bello dello sci. A 14 anni fa il fattorino per la redazione, a 16 si occupa di una rubrica dedicata agli adesivi, a 19 entra in redazione, a 21 fa lo slalom tra l’attrezzatura e la Coppa del Mondo. Nel 1987 inventa la Guida Tecnica all’Acquisto, nel 1988 la rivista OnBoard di snowboard. Nel 1997 crea il sito www.sciaremag.it, nel 1998 assieme a Giulio Rossi dà vita alla Fis Carving Cup. Dopo 8 Mondiali e 5 Olimpiadi, nel 2001 diventa Direttore della Rivista, ruolo che riveste anche oggi. Il Collegio dei maestri di sci del Veneto lo ha nominato Maestro di Sci ad Honorem (ottobre ’23).

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