Tecnica

Andrea Schenal, l’allenatore più ironico del Circo Bianco

A tu per tu con Andrea Schenal, l’allenatore più ironico del Circo Bianco. Oggi dice di non allenare più. Può essere vero, ma un allenatore è per sempre. Proprio tutti forse no. Lui sì. È facile comprenderlo se ci parli assieme un pochino. Bastano cinque minuti. Puoi discutere di mare, di polenta, di famiglia, ma alla fine ti accorgi che ti sta portando in pista.

Andrea vive ai piedi delle Piccole Dolomiti, a Feltre, vestito di verde da un sacco di tempo. Terminata l’attività agonistica che è transitata tra Comitato e Gruppo sportivo in Coppa Italia, è rimasto nel gruppo della Forestale. Maestro nell’84, è diventato allenatore di club nell’87 e di zona nell’89 quando trovò come compagno di corso un certo Matteo Guadagnini.

Ha smesso di fare l’allenatore quando il gruppo sportivo della Forestale è stato accorpato a quello dei Carabinieri. “Avrei dovuto trasferirmi in Gardena a 52 anni. Troppo complicato a quest’età stravolgere la famiglia”: Del nostro gruppo storico solo Giovanni Feltrin accettò. Ma Johnny, ben più giovane di me, era già in Nazionale.

Un bel giorno si è trovato ad allenatore il Comitato veneto. “Mi passò il testimone Silvano Vidori, allenatore storico di Kristian Ghedina. Mi disse, mi hanno chiamato in nazionale e ci andrò, ti consegno la squadra. Più o meno, insomma. Oggi sarebbe considerata una pura follia, poiché avevo soltanto 23 anni! D’altra parte in passato in pochi diventavano allenatori, venti, trenta all’anno”.

Non riesce a togliersi dagli occhi le 5 Torri, Passo Montecroce, la sua neve. “Il Veneto è sempre stato il feudo della Forestale e dal 1989 al 2018 ho avuto la fortuna di incrociare nel mio cammino grandi personaggi.

Da Mauro Baldo a Rinaldo Costa passando da Graziano Pollazzon, inventore dello Ski College di Falcade. I miei amici di ieri sono quelli di oggi e sono tutti di quei posti magnifici, come Paolo Zardini. 

Il tuo sci qual è adesso?
Onestamente non ho più fatto niente anche se qualche club mi ha chiamato. Ma è complicato conciliare col lavoro d’ufficio. Mi aveva chiamato Alberto Ghezze per la gestione degli apripista per le finali di Coppa come antipasto per i Mondiali 2021. Sappiamo però com’è finita.

Peccato, avevo raccolto alcuni dei miei ex ragazzi iniziando a mettere mano all’organizzazione che non è proprio così semplice. Tra le gare maschili e femminili è un bell’affare.

Quello sarebbe stato il mio rientro. Roberto Bortoluzzi, Presidente del Comitato Veneto mi aveva chiesto di dare una mano ai children. Ma dopo 30 anni è anche giusto lasciare un po’ agli altri. Facce nuove, idee nuove.

Perdita di entusiasmo?
Quello mai, però gli ultimi due anni sono stati complicati. Non ci arrivavano più i distacchi, dovevo prendere le ferie. Ho tirato un anno ancora grazie all’intervento di Bortoluzzi e di Roda, ma poi per proseguire ad allenare avrei dovuto congedarmi.

Perché questo lavoro o lo fai bene a tempo pieno o meglio se lasci perdere. Ho anche considerato che nelle ultime stagioni nei club si fa sempre di più. Impossibile seguire tutto e sinceramente affrontare parte dell’attività a distanza non mi piace. Non riesco a non essere in prima linea.

Arriva il giorno in cui tracci una riga. E sono giunto alla conclusione che forse ho rosicchiato il fondo del barile. Mi rendo conto che non posso più dare ai ragazzi quello che ho dato negli anni migliori. Insomma, ho già tirato fuori tutto quello che avevo.

Ti manca?
Non mi manca la parte di addestramento dell’estate, ma quello delle gare direi proprio di sì. Però aspetta, intendiamoci, non è che ho smesso di sciare eh… Mi tengo comunque in forma. Prima o poi la pensione arriverà e allora può darsi che uno sci club potrò riprenderlo in mano.

L’attività dei club di oggi continui a seguirla?
Sempre. Come ti dicevo, mi confronto quasi tutti i giorni con i miei amici storici.

Parlate dei bei tempi?
Non ce n’è bisogno. Le differenze sono così evidenti… Ma dai, dimmi che cosa è rimasto uguale negli ultimi 30 anni… Per noi lo sci era quasi tutto o comunque molto. Uno modo per emergere e uscire da un certo tipo di società. Un miraggio, una meta, un sogno.

Anche oggi c’è passione, ma tutti hanno tutto. Non dico che oggi i ragazzi non hanno quel sogno, ma il sapore è diverso. E li capisco, noi avevamo solo quello, loro sono bombardati da mille altre cose in testa. Con le dovute eccezioni però.

L’ultimo ragazzo che ho seguito sembrava quasi di un altro tempo. Sempre sul pezzo, concentrato in ogni cosa. Giovanni Franzoni sembra proprio uno di quegli atleti nati con quel qualcosa in più che ti apre le porte di una bella carriera. Si vede che al centro ha solo quell’obiettivo. Ci gira attorno, lo scruta, lo sfida e lo affronta.

Se atleti come lui ce ne sono pochi è colpa degli allenatori che non sanno trasmettere questo sentimento?
E’ cambiato anche l’approccio dell’allenatore. Prima eravamo in pochi e questo faceva crescere anche un senso di passione e responsabilità che quelli di oggi non possono avere. Poi magari nello sci moderno c’è più qualità e sistema. Prima era una vocazione oggi è un lavoro.

L’altro giorno facevo una riflessione: gli allenatori della Nazionale sono gli stessi da trent’anni! E sono quelli che forse sono nati con quello spirito, quel modo di approcciare il lavoro che forse i giovani oggi fanno più fatica ad avere. Ma ripeto, non è una colpa.

È che anche loro hanno vissuto lo sci in maniera diversa, meno totalizzante. Il mondo cambia, più distrazioni e alternativa. Trasmettere passione è un esercizio molto difficile.

Il lockdown creerà abbandono?
Qualche allenatore purtroppo vede in bilico la professione. Il discorso economico nello sci inciderà. Mi sa che qualcuno smetterà. Ma anche gli atleti. Se li tieni fermi sei mesi alcuni lasceranno perché esistono alternative più facili.

Quelli convinti terranno duro, quelli che fanno agonismo perché è bello stare con gli amici e andare in giro, temo che abbandoneranno. Il distanziamento sociale nello sci esiste solo quando esci dal cancelletto. Per il resto è tutto molto complicato.

C’è chi dice che l’agonismo giovanile è diventato troppo esasperato…
Siamo arrivati a un punto limite. Chissà se questa situazione permetterà a tutti di fare un passo indietro. Con meno gare e un aumento della preparazione fisica non può decrescere il numero degli infortuni e aumentare la qualità.

Cos’è che ha cambiato le cose?
Le Fis regionali. All’inizio sembravano la panacea, la risoluzione di tutti i problemi. In effetti il sistema ha permesso a tutti di abbassare i punti. Il risultato? Si è livellato tutto verso il basso, perché falsando un po’ il criterio molti atleti si sono ritrovati sullo stesso livello. Diciamo che è stato uno stratagemma per tenere in piedi il sistema.

Solo questo?
Evidentemente no, perché in effetti se ci pensiamo bene, con tutto quello che facciamo e investiamo, sono troppo pochi quelli che arrivano in Coppa del Mondo. C’è qualcosa che a un certo punto si inceppa. Bravissimi a livello giovanile poi quando arriva il momento di andare in Coppa Europa e Coppa del mondo salta qualcosa. Forse non proprio tutti quelli bravi riescono a saltar fuori comunque

Quindi, un ripensare…
Un ripensare un po’ a tutta l’organizzazione anche se odio generalizzare. I ragazzi non vanno spremuti ma gestiti, perché poi saltano alcuni schemi. Ho visto alcuni casi in cui è l’atleta che fa l’allenatore! Devo anche confessare che alcune situazioni le vedo solo adesso, da fuori.

Ma è così difficile fare l’allenatore?
Di per sé no, ma è l’intero contesto che è complicato. Bisogna riuscire a mettere insieme tanti pezzi. Quando ci riesci qualcosa di buono viene fuori, Ma è difficile.

Qual è il carattere migliore che deve avere un allenatore?
Al di là dell’aspetto tecnico, è la calma e la serenità che devi saper trasmettere. I ragazzi hanno già una tensione addosso incredibile. In gara poi… Non bisogna caricarli perché lo fanno già da soli, quindi devi togliere più che dare. Se non sbaglio la tendenza oggi è che gli allenatori migliori o comunque quelli di riferimento, stanno in partenza più che in pista.

Quindi il pre-gara diventa importante per portare l’atleta a raggiungere la massima concentrazione verso l’obiettivo. Il punto è quello di non consumare tutte le energie ancora prima di partire. Ne ho visti diversi di atleti fenomeni in allenamento e poi… Non c’è niente da fare, la testa ti mangia le energie.

Abbiamo introdotto l’intervista sottolineato che Andrea è l’allenatore più ironico del Circo Bianco, ma qui di ironia se n’è letta poca. Tanta schiettezza e chiara verità. Dunque?

Dunque non è questa l’occasione per darvi le prove di ciò che ci ha incuriosito maggiormente di Andrea. Invece di “rubare” la sua visione dello sci agonistico e portarla qui, vi invitiamo a visitare la sua pagina facebook. Poi tornate da noi e diteci se non avevamo ragione. E se non è vero che a volte, guardando dalla finestra molte cose diventano più chiare.

Andrea Schenal fa così. Con poche e semplici righe a commento di un’immagine, ci fa capire la visione di molte cose che tanti non riescono a vedere. Si chiama saggezza.

About the author

Marco Di Marco

Marco Di Marco

Nasce a Milano tre anni addietro il primo numero di Sciare (1 dicembre 1966). A sette anni il padre Massimo (fondatore di Sciare) lo porta a vedere i Campionati Italiani di sci alpino. C’era tutta la Valanga Azzurra. Torna a casa e decide che non c’è niente di più bello dello sci. A 14 anni fa il fattorino per la redazione, a 16 si occupa di una rubrica dedicata agli adesivi, a 19 entra in redazione, a 21 fa lo slalom tra l’attrezzatura e la Coppa del Mondo. Nel 1987 inventa la Guida Tecnica all’Acquisto, nel 1988 la rivista OnBoard di snowboard. Nel 1997 crea il sito www.sciaremag.it, nel 1998 assieme a Giulio Rossi dà vita alla Fis Carving Cup. Dopo 8 Mondiali e 5 Olimpiadi, nel 2001 diventa Direttore della Rivista, ruolo che riveste anche oggi.