Sono dinnanzi a un muro nero spazzato dal vento, lastre di ghiaccio che sembrano specchi e cumuli di neve fresca pronti a farmi lo sgambetto. In cima alla Gran Risa o alla Fodoma guardo giù, se ne ho il coraggio: la pista non è più una striscia bianca, è puro disordine. Un caos primordiale che fa venire voglia di sganciare gli attacchi e tornarsene in rifugio a bere un tè caldo. Poi però piego un po’ le ginocchia, come se volessi prendere un po’ di coraggio, stringo i ganci degli scarponi e decido che a quella confusione darò una regola. Ed è un attimo: la mente smette di pensare alla fisica e inizia ad ascoltare il ritmo. Lo svelo: fu il tecnico Gianluca Grigoletto a darmi questo consiglio tanti anni fa, ma allora sembrava una di quelle cose impalpabili che recepisci per cortesia e poi metti lì, con un “sì, vabbè…” di circostanza.
Poi però cresci, finisci sulle lastre di ghiaccio e capisci che, alla fin fine, lo sci non è dinamica pura, è una specie di sinfonia: una musica ritmata dove le lamine suonano sul ghiaccio e le ginocchia fanno da metronomo. E allora provo a trovare un aiuto nella storia, o magari nella musica: in un maestro d’orchestra capace di fare ordine nella tempesta.
Quando Antonio Vivaldi intitolò la sua opera più celebre «Il cimento dell’armonia e dell’inventione», teorizzava esattamente questo: la sfida tra il rigore delle regole (l’armonia) e l’imprevedibilità del caos (l’inventione). Se avesse dovuto dirigere la tempesta dell’Inverno con un paio di sci ai piedi, avrebbe scelto proprio questa pendenza per far vibrare i suoi violini.
Tre curve frenetiche, tre cambi di spigolo, zero spazio per i dubbi. Osservo il muro a bocca aperta e mi butto. Nessun calcolo teorico: buttare la testa in avanti senza criterio significa finire sparato sulle reti di protezione al terzo curvone. Servono ritmo, postura, una struttura mentale d’acciaio.
Prendo il tempo, impongo il mio passo.
Poi arrivo sul primo traverso spezzato, quello dove la pendenza crolla e la neve cede il posto al marmo blu. Qui la mia tecnica pulita va in cortocircuito: le lamine non mordono più, la gamba a monte trema come una foglia e mi rendo conto che quella curva, semplicemente, non ce l’ho nel bagaglio. Il panico sale dalle caviglie fino ai denti. Che faccio? Rischiare la ruzzolata d’ordinanza con sci che volano a valle o fare la figura dell’incompiuto? Entra in gioco l’arte della sopravvivenza. Una derapata di traverso calcolata al millimetro, una diagonale difensiva cercando un briciolo di neve riportata, un giro largo da sciatore della domenica pur di salvare la spalla e il crociato. Nessun purismo da accademia: quando la pista alza la posta oltre le mie capacità, portarla a casa è già una vittoria esaltante.
Trovato l’appoggio, ritrovo il coraggio. Il ginocchio torna a spingere, il busto compensa verso valle e la lamina ricomincia a incidere senza sbavature. Dicono che la montagna vince sempre, dicono che contro il ghiaccio vivo ci vuole solo classe cristallina. Fino a prova contraria, però, ha ragione chi sa domarla col ritmo e, quando serve, con un pizzico di sana furbizia. Il disordine della pendenza si seduce con curve matematiche o si aggira con l’ingegno, ma non ti piega.
Tiro una staccata alla Valentino Rossi in fondo al muro,
di quelle con le lamine piantate di traverso per cucire la velocità prima che il ripidone mi sputi via. Lascio correre gli sci sul falso piano e mi sposto la maschera sulla fronte. Fiato corto, gambe di marmo, cuore a mille.
Mi giro a guardare in su: quella traccia incisa sul ghiaccio, tra curve pennellate e derapate di pura sopravvivenza, è un disegno imperfetto e poco visibili, ma è bellissimo stampato sul bianco, anche se forse lo noto solo io. Per me è un pentagramma di una discesa portata a termine. E anche stavolta, portando a casa le gambe, il caos l’ho messo in riga. Un grazie a Don Antonio, il “prete rosso” per il ritmo e uno a Gianluca per quel consiglio inascoltato: alla fine avevano ragione loro.






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