Attrezzatura

Tecnica Group festeggia i suoi campioni: Paris, Tomasoni e Aigner a Giavera

Confesso che mi aspettavo qualcosa di più istituzionale. Una sala convegni, PowerPoint, qualche discorso di circostanza. Invece no. Giavera del Montello sa sorprendere.

Sono entrato in quel capannone — provincia di Treviso, collina, aria buona, vigneti tutt’intorno — e ho trovato quattrocento persone con gli occhi che brillavano. Aspettavano Dominik Paris. Lo aspettavano come si aspetta qualcuno di famiglia, non come si aspetta una star. E la differenza, credetemi, si sente.

Alberto Zanatta, presidente di Tecnica Group, li ha accolti lui stesso. Paris, Federico Tomasoni, Johannes Aigner con la sua guida Nico Haberl. Tre atleti, tre storie, una cosa in comune: i piedi dentro uno scarpone nato qui, in questo capannone che dall’esterno non racconta niente e dentro racconta tutto.

Tomasoni fa ski cross, uno sport che sembra inventato da qualcuno con troppa energia e poca pazienza per lo slalom tradizionale — adrenalina pura, pubblico in delirio, Italia che scopre una disciplina che non sapeva di amare. Aigner è austriaco, ipovedente, vince nelle veloci e nel gigante con una continuità che lascia senza parole. Guardarlo gareggiare ti mette insieme i brividi e un nodo in gola. Capisci cosa vuol dire, davvero, voler vincere.

E poi c’è Paris. Dominik. Il più forte discesista italiano di sempre. Faccia da bravo ragazzo di montagna, gambe che a centoventi all’ora non tremano. Ha stretto mani, firmato autografi, posato per foto con la disponibilità genuina di chi sa che quella gente davanti — quei quattrocento che progettano, assemblano, testano, spediscono — è la parte invisibile delle sue vittorie. Mica tifosi qualunque. Complici.

Il momento che valeva la serata intera, però, è arrivato dopo. Sul palco, uno accanto all’altro, Kristian Ghedina e Dominik Paris. Trent’anni di distanza tra le loro discese. Stessa indole, stessa follia, stessa faccia da chi ha guardato una pista dall’alto e ha detto: si scende.

Ghedina ride, si muove sciolto, fa l’ambassador con il piacere di chi ha smesso di dover dimostrare qualcosa. Paris invece ha già ricominciato ad allenarsi. Già. La stagione è finita da cinque minuti e lui è già in palestra. “Con l’età bisogna lavorare molto per tenersi ad alto livello”, ha detto, con quella semplicità disarmante che hanno certi atleti quando ti spiegano cose enormi come fossero ovvie. E poi la frase che mi è rimasta dentro: “La medaglia olimpica la tengo in una stanza vicino alla palestra. Quando non ho voglia di far fatica vado a guardarla. Mi torna subito la motivazione.” Avrei voluto vederla, quella stanza.

La passione per il rischio, la velocità? Intatta. Anche adesso che è padre. Lo ha assicurato lui stesso, con il sorriso di chi sa che certe cose non si addomesticano.

In mezzo a quei trent’anni che separano Ghedina da Paris, però, lo sci è cambiato profondamente. La rivoluzione del carving ha rimescolato tutto — traiettorie, tempi, materiali. E ha cambiato soprattutto lo scarpone. Michele Botteon, responsabile R&D di Tecnica Group, ha raccontato questa trasformazione con la precisione appassionata di chi ci ha messo dentro anni di vita. Trenta tecnici, scansioni tridimensionali, stampa 3D, simulazioni CAD, prototipi che nascono e muoiono in fretta perché il feedback dalla pista non aspetta.

Lo scarpone di oggi è un’altra cosa. Il gambetto quattro centimetri più alto, inserti in carbonio. La scarpetta interna una seconda pelle — sottilissima, oltre cento componenti, plasmata sul piede millimetro per millimetro. I materiali di base rimasti — il TPU — ma evoluti, più resistenti, capaci di mantenere la rigidità costante al variare della temperatura. Perché Bormio a gennaio e Beaver Creek a novembre sono due pianeti diversi, e uno scarpone che cambia carattere col freddo è uno scarpone che tradisce.

Due stagioni intere per sviluppare uno scarpone da gara. La prima per i test, affidata ad ex atleti e giovani delle categorie inferiori — i prototipi da provare sono tanti, i campioni non basterebbero. La seconda per la rifinitura con i professionisti veri. Quelli che poi scendono, vincono, e portano la medaglia a casa.

In una stanza vicino alla palestra. Per i giorni in cui non va

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Marco Di Marco

Nasce a Milano tre anni addietro il primo numero di Sciare (1 dicembre 1966). A sette anni il padre Massimo (fondatore di Sciare) lo porta a vedere i Campionati Italiani di sci alpino. C’era tutta la Valanga Azzurra. Torna a casa e decide che non c’è niente di più bello dello sci. A 14 anni fa il fattorino per la redazione, a 16 si occupa di una rubrica dedicata agli adesivi, a 19 entra in redazione, a 21 fa lo slalom tra l’attrezzatura e la Coppa del Mondo. Nel 1987 inventa la Guida Tecnica all’Acquisto, nel 1988 la rivista OnBoard di snowboard. Nel 1997 crea il sito www.sciaremag.it, nel 1998 assieme a Giulio Rossi dà vita alla Fis Carving Cup. Dopo 8 Mondiali e 5 Olimpiadi, nel 2001 diventa Direttore della Rivista, ruolo che riveste anche oggi. Il Collegio dei maestri di sci del Veneto lo ha nominato Maestro di Sci ad Honorem (ottobre ’23).

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