Gare

Pietro Broglio, velocista della squadra B: il talento della pazienza! 

Il cancelletto di partenza delle prove veloci ha un nuovo inquilino che non ama i lunghi discorsi ma preferisce lasciare parlare la pista. Pietro Broglio, vent’anni, affronta discesa e superG con la leggerezza della sua età e la lucidità di chi sa dove vuole arrivare. Cresciuto ai piedi del Monte Bianco nello Sci Club Courmayeur, figlio d’arte ma abituato a costruirsi il proprio percorso senza scorciatoie, il valdostano porta nella Squadra B entusiasmo e naturalezza.
Non è il classico atleta che vive esclusivamente di sci. Fuori dalle piste trova spazio per il tennis, il golf, qualche giorno al mare con gli amici e anche per l’università: frequenta Economia nel polo universitario di Aosta, dopo aver accarezzato l’idea di iscriversi alla Bocconi, rinunciando quando ha capito che sarebbe stato impossibile conciliare quel percorso con la vita di atleta. Una scelta pragmatica, che racconta bene il suo modo di affrontare le cose: inseguire i propri sogni senza smettere di guardare avanti. Lo stesso equilibrio emerge anche quando parla degli infortuni, delle cadute e del ritorno alle gare. Nessun proclama, nessun vittimismo. Solo la consapevolezza che, nello sci come nella vita, il talento è importante ma non basta. Ecco il racconto, senza filtri, di uno dei giovani velocisti, in prospettiva, più interessanti del panorama azzurro.

Tuo padre Paolo è il direttore della storica scuola sci Monte Bianco. Quanto ha inciso sul tuo percorso?
«In realtà pochissimo dal punto di vista tecnico. Ha sempre lasciato lavorare gli allenatori (ogni anno uno nuovo) senza interferire. A casa parliamo di sci, ma non mi dà consigli tecnici. La figura che mi ha trasmesso di più è stata Rudy Picchiottino, direttore tecnico dello sci club. Non è mai stato il mio allenatore diretto, però era sempre presente, osservava e sapeva dirci la cosa giusta al momento giusto. Sono rimasto al Courmayeur fino all’ingresso nell’Esercito.»

Quando hai capito che lo sci sarebbe diventato qualcosa di più di una semplice passione?
«L’idea c’è sempre stata. Da piccolo facevo sci, calcio e tennis. Poi, a dieci anni, mi sono rotto il crociato: un infortunio piuttosto insolito a quell’età. Ricordo ancora bene, ero al Granpremio Giovanissimi a Livigno. Ho dovuto lasciare il calcio e mi sono ritrovato a scegliere tra tennis e sci. A tennis andavo bene, ma non mi divertivo più come prima. Col senno di poi, vedendo Sinner…  Così, verso i dodici o tredici anni, ho deciso di dedicarmi completamente allo sci. Nei Children sono arrivati risultati importanti, come il secondo posto all’Alpe Cimbra e un podio ai Campionati Italiani. È stato allora che ho iniziato a pensare che quella potesse davvero essere la mia strada.»

Il passaggio alla categoria Aspiranti ti ha cambiato qualcosa?
«Sinceramente no. Pensavo sarebbe stato più difficile, invece ero già abituato a confrontarmi con ragazzi più grandi e su piste impegnative. L’ho vissuto in modo naturale e già al primo anno sono arrivato terzo in superG ai Campionati Italiani.»

Pietro nel superg di Coppa Europa di santa Caterina (12 dicembre ’25) che ha concluso al 18esimo posto, seconda migliore prestazione di sempre, a soli 78/100 dalla vittoria!

La velocità è arrivata subito o è stata una scoperta?
«È nata quasi per caso. Quell’anno avevo infilato qualcosa come dieci uscite consecutive in slalom. A un certo punto gli allenatori mi hanno mandato al Grand Prix di velocità di Sarentino. Mi dissero: “Vai, la pista non è troppo difficile”. Mi prestarono persino gli sci da velocità, perché non li avevo. Da lì è cambiato tutto. In gigante continuavo ad andare forte e mi piaceva molto, quindi ho proseguito fino al terzo anno Aspiranti, mentre lo slalom l’avevo ormai lasciato da parte.»

Poi è arrivato un altro duro stop, con il secondo infortunio al ginocchio.
«Sì, era febbraio 2025. Dopo le gare di Orcieres Merlette stavamo facendo un allenamento a Sarentino e sono caduto. Mi sono rotto di nuovo crociato e menischi. Per fortuna il recupero è andato bene. Dopo poche settimane camminavo già normalmente e tra luglio e agosto ero tornato sugli sci. Sono riuscito anche ad allenarmi a Ushuaia sia in gigante sia in velocità e sentivo che la condizione stava tornando.»

Ma a dicembre è arrivata la brutta caduta durante le prove della Saslong.
«Quella è stata una combinazione di fattori. Sicuramente anche l’inesperienza ha inciso. Ero apripista e sono arrivato lungo sulle Gobbe di Cammello: le ho saltate tutte e tre ma sono atterrato praticamente di schiena. Dopo la mia caduta e quella di Emanuele Lamp gli organizzatori hanno modificato il salto, poi lo hanno ritoccato ancora dopo altri due apripista. Io sono finito in ospedale e il mio allenatore ha chiamato subito i miei genitori. Sono arrivati la sera stessa ed erano comprensibilmente molto preoccupati, perché si temeva fosse partita una vertebra. Per fortuna era solo una gran botta. Un mese e mezzo e sono tornato come nuovo! Quasi nuovo.»

Quando sei tornato in gara, hai dovuto fare i conti anche con la paura
«No, sinceramente no. Dal punto di vista mentale non ho mai avuto blocchi. Quando ho rimesso gli sci non sentivo dolore e non avevo paura. Il problema era un altro: mi mancavano tantissimi giorni di allenamento e soprattutto i chilometri sugli sci. Tecnicamente sciavo anche bene, ma avevo perso fluidità, soprattutto nei tratti più facili. Mancava quel tocco magico… Diciamo che non vedevo fantasmi, ma mi mancavano quelle sensazioni che fanno davvero la differenza.»

Questa sarà la tua terza stagione nell’Esercito. Com’è la vita da atleta militare?
«Molto diversa da come la immagina la gente. Per ora non faccio turni di guardia o vera vita di caserma. Ogni tanto torno a Courmayeur (vive a Pré-Saint-Didier )per allenarmi a secco e salutare tutti, ma niente di più.. Le superiori le avevo iniziate ad Aosta, ma tra pullman e allenamenti era complicato. Così mi sono spostato al liceo linguistico di Courmayeur, dove c’era un’organizzazione pensata anche per chi faceva sport ad alto livello. Ad esempio, se rientravi da una gara la domenica sera, non ti interrogavano il lunedì mattina.»

Con un liceo linguistico immagino che le lingue non siano un problema. In casa parlate anche il patois?
«No, quello proprio no!» (ride). «Ho studiato francese e spagnolo, che nella vita servono parecchio. In famiglia siamo in quattro: ho un fratello, Tommaso, che non gareggia più ma sta facendo il corso per diventare maestro di sci.»

Oltre allo sci, quanto spazio c’è per il resto della tua vita?
«Abbastanza. Gioco a tennis, a golf, cammino. E d’estate, appena posso, scappo al mare. Mi piace staccare qualche giorno prima di riprendere con i raduni. La montagna d’inverno è casa mia, ma d’estate preferisco decisamente il mare. Cerco di vivere una vita normale con i miei amici di Courmayeur. Usciamo insieme e, quando siamo insieme, di sci si parla pochissimo. Non sono uno che pensa alla discesa ventiquattr’ore su ventiquattro.»

Con mamma Elena, papà Piero e fratello Tommaso

Quanto conta oggi la preparazione atletica per uno specialista della velocità?
«Tantissimo. Me ne sono reso conto quando, nella categoria Giovani, ho iniziato a mettere un po’ di massa muscolare. Da quel momento ho capito che la preparazione fisica sarebbe diventata fondamentale.
Quando sono a casa mi alleno da solo e insieme a Federico Colli, seguendo i programmi del preparatore atletico della squadra. È lui che organizza tutto il lavoro. Di recente siamo stati anche al centro Mapei per i test prima dei raduni federali di Formia: tutto bene dai!»

Il tuo miglior risultato in Coppa Europa è arrivato a Orcieres Merlette. Che pista è?

«È un superG molto tecnico, con tante curve e continui cambi di pendenza. Quel giorno sono partito tranquillo, senza voler strafare. Ho sciato molto pulito e alla fine la classifica era cortissima: sono arrivato a meno di un secondo dal vincitore. Nella velocità basta sbagliare la linea di pochi centimetri e perdi tantissimo. Devi ricordarti ogni dosso e ogni punto chiave.»

Memorizzare una pista di discesa è davvero così complicato come sembra?
«Secondo me no. Alla fine, i punti davvero importanti sono pochi: quei passaggi in cui, se sbagli, rischi di compromettere tutta la gara. Una volta fissati quelli, il resto viene abbastanza naturale. Personalmente non ho mai avuto problemi a ricordare una pista.»

Come descriveresti il tuo modo di sciare?
«Mi considero un velocista abbastanza tecnico. Mi piacciono le curve lunghe, dove puoi far correre lo sci e mantenere tanta velocità. Faccio più fatica sulle nevi molto aggressive. In quelle condizioni ho la sensazione che lo sci agganci quando vuole lui e mi piace meno. Preferisco le piste compatte, dove sento di avere sempre il controllo. Sui tratti completamente piatti non sono un fenomeno, ma nemmeno uno che perde tanto.»

In Coppa Europa ti ritrovi spesso accanto ad atleti che arrivano dalla Coppa del Mondo. Ti cambia qualcosa?
«No. Sono uno che guarda poco gli altri. Cerco di concentrarmi sul mio lavoro e basta. Molti raccontano che al cancelletto della Coppa Europa c’è un silenzio incredibile. Ed è proprio così, io però sono l’opposto: non metto le cuffie, chiacchiero con i compagni, scherzo e, quando ci sono lunghe attese, facciamo anche una partita a carte. Mi piace vivere il pre-gara come una giornata normale.»

Con chi hai legato di più in squadra?
«Con Emanuele Lamp, senza dubbio. Siamo entrati insieme e abbiamo fatto praticamente lo stesso percorso. Quando eravamo in Squadra C e ci aggregavano alla B per i raduni, eravamo quasi sempre insieme. In generale il gruppo è molto unito. Ci siamo ritrovati già all’inizio di giugno per gli allenamenti di velocità a Les Deux Alpes e si lavora davvero bene.»

Nelle discipline veloci serve spesso più tempo per arrivare ad alto livello. Avvertite la pressione dei risultati?
«No, sotto questo aspetto l’ambiente è molto sereno. Nessuno pretende che tu vinca subito. Tutti sanno che la velocità richiede esperienza e anni di lavoro, a meno che non ci si trovi davanti a un talento fuori dal comune. Personalmente non ho mai vissuto con l’ansia di dover conquistare il posto in squadra. Dopo l’infortunio sentivo comunque la fiducia dei tecnici, che mi hanno lasciato gestire il recupero con grande tranquillità.»

Broglio è Rossignol da sempre. Caschi e occhiali Smith, bastoncini Leki ed è sostenuto da Courmayeur

L’esempio di Giovanni Franzoni ti ha dato fiducia?
«Sì. È un atleta di grandissimo talento e uno che lavora tantissimo. Guardando il suo percorso capisci che a volte basta una gara per cambiare tutto. Magari lavori per due anni senza vedere risultati e poi, all’improvviso, arriva la svolta. Conosco meglio Benjamin Alliod, fortissimo pure lui, perché è valdostano e ci incrociamo più facilmente, ma mi è capitato anche di allenarmi con Franzoni. È sempre stato disponibile e ci ha dato consigli molto utili.»

Ti senti più talentuoso o più lavoratore?
«Direi talentuoso. Me lo hanno sempre detto, fin da quando facevo anche gli altri sport. Però nello sci il talento da solo non basta. Se non lavori ogni giorno, non vai da nessuna parte.»

 Ti poni obiettivi di classifica oppure preferisci concentrarti sul percorso?
«Non mi sono mai dato obiettivi numerici. Nel nostro sport è difficile perché non dipende solo da te. Puoi migliorare tantissimo, ma se gli altri crescono ancora di più magari passi dal vincere all’arrivare decimo. Per questo preferisco concentrarmi sulla qualità della mia sciata e sulla mia crescita personale.»

Col compagno di squadra B discipline veloci, Leonardo Rigamonti

Come sei al cancelletto di partenza?
«Molto tranquillo. Non sono uno che si carica o che cerca di tirare fuori l’aggressività. Anzi, le poche volte che ho provato a convincermi con il classico “adesso spacco tutto”, sono uscito dopo due curve. Ho capito che il mio modo di andare forte è un altro. Devo essere rilassato, lucido e lasciare che venga tutto naturale.»

Quando superi i 130 chilometri orari non senti mai paura?
«No, la velocità in sé non mi spaventa. Anzi, è probabilmente la parte in cui mi sento più a mio agio. Caso mai avrebbe qualcosa da dire mia mamma (Elena Garda) ma se n’è fatta una ragione. Piuttosto, se c’è un aspetto su cui devo ancora crescere sono i salti. Nei primi anni da Aspirante avevo fatto pochissimi allenamenti specifici e nelle gare giovanili praticamente non se ne trovavano. Me ne sono accorto soprattutto quando ho fatto l’apripista sulla Stelvio di Bormio. Lì ho rischiato un paio di volte e al traguardo mi sono detto: “Che bello, sono ancora vivo!” (ovviamente con ironia). Potrà sembrare un paradosso, ma sulla Stelvio, se provi a frenare, fai ancora più fatica e i rischi aumentano. Devi lasciar correre gli sci e fidarti. È un’esperienza che mi è servita molto.»

Il gigante continuerà a far parte del tuo programma?
«Sì. Non voglio abbandonarlo completamente. Continuerò ad allenarlo e, quando sarà possibile, farò anche qualche gara. Alla fine della scorsa stagione ho partecipato a qualche tappa del Gran Premio Italia, ma era un periodo complicato dopo il rientro dall’infortunio alla schiena e non è andata come speravo.»

Come reagisci quando i risultati tardano ad arrivare?
«Cerco di restare lucido. Provo a capire cosa non sta funzionando e lavoro su quello. Non sono uno che si abbatte facilmente. Fa parte dello sport attraversare periodi difficili. Quest’anno, paradossalmente, sento anche meno pressione. Dopo l’infortunio le aspettative sono diverse e questo mi permette di lavorare con maggiore serenità.»

Da bambino avevi un idolo nello sci?
«No. Da piccolo non pensavo alla Coppa del Mondo o alle medaglie. Sciavo perché mi piaceva e basta. Se devo scegliere un atleta che ho sempre ammirato, allora dico Roger Federer. Per me è il numero uno, non solo per quello che ha vinto, ma per il modo in cui si è sempre comportato. Elegante, corretto, mai sopra le righe. Mi è sempre piaciuto tantissimo.»

Con Rossignol sei praticamente cresciuto. Che rapporto hai con i materiali?
«Scio con Rossignol da quando ho memoria, quindi da sempre anche perché c’era un rapporto di collaborazione tra lo sci club e l’azienda. Mi sono sempre trovato bene, soprattutto con i materiali da velocità. Da questa stagione gli sci li prepara Fabrizio Anfossi, mentre fino all’anno scorso se ne occupava Davide De Crignis (passato alla Norvegia – ndr). Mi piace comunque capire quello che succede ai miei materiali. Ho imparato osservando gli skiman, guardando come lavoravano sui banchi e provando da solo. All’inizio era quasi un gioco: passavo i pomeriggi in laboratorio, usavo gli elastici, spatolavo gli sci e facevo esperimenti. Crescendo ho capito quanto sia importante conoscere bene quello che hai sotto i piedi per poter parlare con i tecnici. Detto questo, sono anche abbastanza semplice da questo punto di vista. Non percepisco ogni minima differenza di assetto o di preparazione. Mi accorgo soprattutto quando uno sci è davvero lento su una certa neve.»

La convocazione in Squadra B è stata un momento speciale anche per la tua famiglia?
«Erano tutti molto contenti, naturalmente, ma l’abbiamo vissuta con grande tranquillità. In casa non abbiamo mai fatto grandi festeggiamenti o grandi proclami. È stata una soddisfazione importante, ma anche un punto di partenza. Adesso ho concluso i test atletici, mi sono concesso qualche giorno di vacanza al mare e non vedo l’ora di ricominciare.»

Non ama fare proclami, parla poco di traguardi e molto di lavoro, non cerca alibi quando racconta gli infortuni e non si lascia trascinare dall’entusiasmo quando le cose vanno bene. A vent’anni Pietro Broglio ha già imparato che, nelle discipline veloci, il tempo è un alleato prima ancora che un avversario. La strada è ancora lunga, ma il modo in cui la sta percorrendo racconta già qualcosa del suo carattere: calma, equilibrio e la voglia di migliorarsi un passo alla volta. Poi arriveranno i cronometri a dire fin dove potrà spingersi.

About the author

Marco Di Marco

Nasce a Milano tre anni addietro il primo numero di Sciare (1 dicembre 1966). A sette anni il padre Massimo (fondatore di Sciare) lo porta a vedere i Campionati Italiani di sci alpino. C’era tutta la Valanga Azzurra. Torna a casa e decide che non c’è niente di più bello dello sci. A 14 anni fa il fattorino per la redazione, a 16 si occupa di una rubrica dedicata agli adesivi, a 19 entra in redazione, a 21 fa lo slalom tra l’attrezzatura e la Coppa del Mondo. Nel 1987 inventa la Guida Tecnica all’Acquisto, nel 1988 la rivista OnBoard di snowboard. Nel 1997 crea il sito www.sciaremag.it, nel 1998 assieme a Giulio Rossi dà vita alla Fis Carving Cup. Dopo 8 Mondiali e 5 Olimpiadi, nel 2001 diventa Direttore della Rivista, ruolo che riveste anche oggi. Il Collegio dei maestri di sci del Veneto lo ha nominato Maestro di Sci ad Honorem (ottobre ’23).

Add Comment

Click here to post a comment