A Veronafiere Antonio Noris attraversa le ore del verdetto con la giacca stropicciata da centinaia di abbracci e un baffo di rossetto sulla guancia. È la firma discreta della moglie, che in sala porta con naturalezza l’eleganza della lady di un presidente. Lui sta appoggiato a un pilastro come un gigantista ai pali del cancelletto, in attesa del via. Intorno si alternano telecamere, foto di gruppo e pacche sulle spalle di chi giura di averlo votato.
A sera, al telefono, la voce conserva intatta l’adrenalina della mattina. Noris parla a raffica, come un fondista lanciato negli ultimi cento metri: numeri, progetti, aneddoti, nomi di club sparsi su mezzo arco alpino. A un tratto la voce si incrina. Racconta di una signora biellese che, a fine serata, lo ha abbracciato e gli ha riassunto in un minuto tutta la sua vita sulla neve: bambina, mamma, atleta, master, allenatrice. «Piangevo come una fontana», confessa. Della lunga chiacchierata, queste pagine tengono il filo del voto.
Ti aspettavi questo risultato?
«Sui numeri siamo lì, mille o duemila voti in più o in meno. Nella migliore delle ipotesi avevamo calcolato 31-32 mila voti, ne sono arrivati quasi 30 mila: il conto torna. Il quorum invece dipendeva dal numero dei votanti effettivi».
Avete puntato molto su atleti e tecnici.
«Li abbiamo sollecitati, perché valgono il 30 per cento e potevano bilanciare il meccanismo delle deleghe. In sala le deleghe superavano le presenze. Spero si arrivi al voto online: almeno garantisce regolarità».
Tremila schede bianche.
«Contro le settecento dell’ultima volta. Sono state il quarto candidato. Forse il mio discorso ne ha spostata qualcuna, alla vigilia ne immaginavamo anche 4.500».
E Bortoluzzi?
«Ha fatto il suo, un pelo sotto le previsioni. Pensavo potesse arrivare a 3.000-3.500 voti, si è fermato poco sopra i 2.000».
Come leggi il 57 per cento di Roda?
«È lo stesso risultato della volta scorsa, il consenso si è mosso poco. Quattro anni fa Stefano Maldifassi aveva costruito una base di grande valore. Noi siamo ripartiti da lì».
Dove si è decisa la partita?
«In gran parte nelle Alpi Centrali. Con quel comitato interamente al nostro fianco il risultato sarebbe stato un altro. Bisogna ragionare così: ogni voto che togli a uno lo aggiungi all’altro, quindi, ottomila voti spostati ne valgono sedicimila».
Che campagna è stata?
«Quaranta giorni all’insegna della correttezza e del rispetto di tutte le regole. Abbiamo evitato qualsiasi battuta sugli avversari. Nelle nostre tredici serate sul territorio la gente interveniva per un’ora, un’ora e mezza: per me è un modello da seguire».
Il momento in cui hai sentito girare il vento?
«In Alto Adige, dove sono tornato due volte. Alla seconda serata, a una settimana di distanza, la musica era già cambiata: cominciavano a preoccuparsi. Sono uscito per ultimo dalla sala, lo striscione l’ho tirato giù io, e prima ho parlato con tutti. Poi Bergamo: stupenda, una cosa commovente».
E gli incontri ufficiali con i tre candidati?
«Una modalità orribile, scusami se lo dico. Quaranta minuti in tutto, candidati compresi, e la platea a guardare senza possibilità di intervento. In Alto Adige mi hanno richiamato due volte perché sforavo il tempo. Poi un’ora e mezza di brindisi. Il vertice dice di ascoltare la base: in quelle serate la base l’abbiamo tenuta in silenzio».
Come sei arrivato alla candidatura?
«Stefano Maldifassi si è detto indisponibile e tutti si sono girati verso di me. Era giovedì, il venerdì avevamo deciso: ventiquattro ore. Per settimane ho avuto la sensazione di rubare qualcosa a Stefano, sempre in prima linea, proattivo, determinante. Un fratello. E lui ogni giorno mi ripeteva: “Antonio, è incredibile il consenso che trovi ovunque andiamo”».
Dopo il voto sei andato a salutare Roda.
«Sì, dopo le foto. Ha preso un colpo duro e ha difeso il suo orgoglio. Lo capisco e lo approvo».
Da dove riparti?
«Dagli sci club. Oggi sono 170 in meno rispetto a quattro anni fa. Seicento società fanno solo attività promozionale, zero agonisti: andrebbero premiate ogni anno per la fedeltà alla Fisi. Un presidente di club del Bresciano mi ha detto: “Ho 350 soci e solo 160 tesserati, voglio tesserarli tutti”. Ecco la base su cui costruire. E come ho detto dal palco, voglio essere il primo a farmi misurare».
Il problema più urgente dei club?
«Gli allenatori. Sono diventati professionisti, giustamente, e le loro richieste economiche superano ormai le possibilità delle società. Il doppio lavoro appartiene al passato, gli allenamenti su neve aumentano e i costi pure. Per un club il pareggio di bilancio è un incubo costante. Così i giovani tecnici, sapendo di guadagnare poco, scelgono di fare i maestri di sci. Questi sono i temi di cui parlare».
E le Olimpiadi in casa?
«Un’occasione sprecata per gli sci club. Bastavano mille metri quadri a bordo parterre: ci stanno 1.400 bambini under 14, la gioia dello sport italiano. A nessuno è venuto in mente. Io piangevo».
Ti ricandidi?
«Certo!».






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