Giudice di partenza di tutte le gare maschili dei Giochi a Bormio, ha aperto un rifugio per randagi calabresi: ottantuno cani hanno già una famiglia
Bormio, febbraio 2026. Olimpiadi, pista Stelvio, discesa libera. Nella casetta di partenza regna un silenzio da chiesa. Davanti al cancelletto Daniela Zotti guarda in faccia ogni discesista un istante prima del via. «In discesa libera c’è tutta un’altra tensione, un silenzio incredibile. Facce tirate e qualcuno, soprattutto tra gli ultimi, quasi impaurito: devono proprio cercare il coraggio».

Per quei giorni di Giochi ha incassato 1.900 euro. Una bella cifra. Daniela li ha spesi tutti in crocchette.
Al telefono ha messo le mani avanti: «Farai fatica a trovare il modo di parlare dei miei cani su Sciare».
Fatica zero, Daniela. La tua storia comincia proprio da un cancelletto.
Nella vita di tutti i giorni Daniela è una dipendente pubblica e arriva dal ciclismo. D’inverno la bici riposava in garage e i weekend restavano liberi, così ha seguito alcuni amici che facevano i giudici di gara FISI. In un attimo la passione l’ha travolta. Esame nel 1998, a diciotto anni: la più piccola del gruppo e una delle pochissime donne, decisa a tenere duro anche per questo. Nel 2013 diventa delegata tecnica FIS, una dei cinquanta o sessanta in Italia.
La prima Coppa del Mondo arriva per caso, a Bormio, come giudice d’arrivo chiamata all’ultimo minuto per una sostituzione. Poi Markus Waldner vuole le stesse persone negli stessi ruoli e da sei o sette anni la Stelvio la vede dall’alto, al cancelletto. Fino alle Olimpiadi, dove dà il via a tutte le gare maschili.

La seconda vita ha un nome preciso: Ruben. Un cane preso al canile, impallinato dai cacciatori, con le anche a pezzi. Quattordici anni insieme, gli ultimi due con il carrellino sotto le zampe posteriori. Ruben si allenava come un atleta in riabilitazione e ci metteva tutto il suo impegno per imparare. Per aiutarlo Daniela scopre il mondo dei volontari. Dopo il suo addio vuole adottarne un altro, poi un altro ancora. Li vorrebbe tutti.
Un gruppo di volontarie calabresi le racconta il resto: canili lager, sterilizzazioni rare, maltrattamenti. Daniela ha un’idea semplice. Portare quei cani al Nord, dove le famiglie possono vederli dal vivo e scegliere con calma. Le serve un posto. Glielo regala Gianluca, un ragazzo che abita vicino a casa sua e le presta un pezzo di campo. Si parte tra novembre e dicembre dell’anno scorso.

Il piano finanziario sta tutto su un tovagliolo. Daniela mette sul tavolo le diarie da delegata e i 1.900 euro dei Giochi. «Ero contentissima. Mi sono detta: va bene, 1.900 euro, ne compro di crocchette! Faccio arrivare un po’ di cagnolini con le staffette e gli cerco casa». Qualche cuccia, qualche sacco di cibo, al resto ci pensa l’entusiasmo. Il tesoretto olimpico dura un battito di ciglia. Il primo cane arriva con la dissenteria: venticinque euro di fermenti. Poi il veterinario, qui e là, sempre più spesso. Nel giro di pochi giorni il compenso dei Giochi si scioglie come neve a marzo e Daniela scopre l’aritmetica spietata dei rifugi: le crocchette sono soltanto l’antipasto.

Per fortuna la generosità viaggia veloce quanto le spese. Un muratore porta le assi di legno, un ragazzo costruisce le casette, qualcuno regala la rete per i recinti. Daniela insiste per un rifugio a impatto zero: legno, materiali recuperati, plastica bandita. Più fatica, più soddisfazione. Una farmacia le fa uno sconto, chi adotta lascia quasi sempre un’offerta, il resto lo paga lei. Il sabato pomeriggio la si incontra davanti ai supermercati con un cartello in mano, a raccogliere cibo.

Il regalo più prezioso però porta nomi e volti. Grazie a questa avventura Daniela ha conosciuto tante persone che ogni giorno le danno una mano. Mentre lei è al lavoro, sono loro a riempire le ciotole e a coccolare i suoi pelosi. «Senza quell’aiuto non riuscirei a fare tutto quello che faccio». Una squadra vera, come quelle che preparano una pista di Coppa del Mondo!
Il rifugio ha ottenuto l’autorizzazione ufficiale come stallo: dieci cani al massimo, tutti insieme. Appena uno parte, un altro è già in viaggio dalla Calabria. Le cucciolate in esubero dormono da parenti e amici. A casa sua vivono altri cinque cani, i casi più disperati. Il bilancio di un anno sembra un errore di battitura: ottantuno cani sistemati. «Ottantuno fuori dalla gabbia» dice lei. «Per me sono tantissimi».

A Bormio Daniela dà il via ai campioni. Nel campo di Gianluca dà il via a una vita nuova. Gli occhi sono gli stessi: paura, poi coraggio, poi la corsa. Ottantuno partenze, tutte arrivate al traguardo.
Il prossimo è già in viaggio dalla Calabria: pettorale numero 82. Per dargli il via servono una famiglia, un sacco di crocchette o anche soltanto un aiuto per i fermenti: basta il prezzo di un pranzo in baita. Il cancelletto è aperto a tutti.






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