Nel giornalismo sportivo italiano c’è un vuoto che non si riempirà. Massimo Di Marco ha posato il suo taccuino per sempre a quasi 92 anni. Se ne va l’ultimo testimone e narratore di un’epoca irripetibile: un uomo che non si è limitato a raccontare lo sci, ma lo ha elevato, codificato e, in molti casi, inventato come fenomeno di cultura di massa. Nella storia del giornalismo sportivo italiano esiste un prima e un dopo Massimo Di Marco.
C’è quel 7 gennaio 1974, quando a Berchtesgaden cinque italiani conquistarono i primi cinque posti in classifica. La Gazzetta dello Sport quel giorno titolò: «Cinque azzurri in fila. Fantastico». Ma la storia vera nacque sei giorni dopo. A Morzine, la sera prima del gigante del 13 gennaio, Di Marco incontrò Mario Cotelli in albergo e gli chiese di raccontargli il pokerissimo. Il ct rispose che i cinque erano stati come palle di neve che, rotolando, diventano valanga. Di Marco ci costruì sopra il pezzo. Che La Gazzetta intitolò: “La Valanga Azzurra” — tre parole nate da una conversazione in albergo, scolpite per sempre nella memoria collettiva. Da quel momento, Gustavo Thöni, Piero Gros e compagni non furono più soltanto atleti: divennero eroi di un’epopea popolare.

Il 1° dicembre 1966 Massimo aveva già dato vita a un sogno, fondando Sciare. La diresse per oltre trent’anni, tracciando una linea editoriale senza precedenti, prima di passarmi il testimone nel 2000 dicendo: “Lascio ma solo per andare all’ultimo piano della mia baitina, perché da lì lo sci si vede ancora meglio” . Il suo stile era inimitabile: una scrittura sospesa tra poesia e narrazione pura, capace di trasformare una discesa libera in un racconto epico, una curva in un’opera d’arte. Raccontò i pionieri, visse l’era d’oro della Valanga, cantò le imprese di Alberto Tomba e Deborah Compagnoni.
Leggere Massimo Di Marco era un’esperienza fisica. Le sue frasi acceleravano come una discesa, corte e taglienti nei momenti di tensione, poi improvvisamente lunghe, quasi a prendere fiato prima del prossimo salto. Sapeva trasformare i dati tecnici in narrativa pura.
Le sue immagini non venivano da nessun manuale. Valentina Greggio che parla del record dei 250 all’ora “come se dovesse scendere le scale per prendere la posta. Pardon, un telegramma.” Non erano trovate giornalistiche. Era il suo modo di vedere il mondo.

Sapeva restituire l’umanità dei campioni nel momento esatto in cui esplodeva. Laura Pirovano che vince per un centesimo — “27,93 centimetri” — e scopre di star tremando. Emma Aicher che tira un moccolo, poi si ricompone e va ad abbracciare chi l’ha battuta. Lindsey Vonn che a 41 anni si spezza una tibia sulla stessa gamba già operata, e lui che scrive semplicemente: “Non si è mai arresa, anche davanti all’età che continuava a salire.” Tre parole per una vita intera.
E poi c’era Federica Brignone a Cortina, due ori olimpici a tre giorni di distanza, impresa mai riuscita a nessuna. Massimo era lì, e scrisse: “Ho visto migliaia di gare, credetemi, ma una vittoria come questa mai e stramai.” Chiuse il pezzo con una domanda sola, rivolta direttamente a lei: “Ma sei vera?”
E c’era Sofia Goggia, che per lui non era mai solo un risultato. Quando le cose non giravano e il morale era “finito al polosud”, aspettava. Sapeva che sarebbe tornata. La conosceva come si conoscono le montagne: non cambiano, bisogna solo avere pazienza.
Giovanni Franzoni a Kitzbühel lo lasciò senza fiato come pochi altri: “Proprio non mi sembra di aver mai visto un ragazzo che si infila fra i concorrenti di una grande gara come se andasse a comprare il latte.” Vinse per 7 centesimi su Odermatt — che Massimo tradusse subito in qualcosa di concreto: “2 metri e 64 centimetri.” Perché i numeri, nelle sue mani, diventavano sempre qualcosa che si poteva toccare.
Non si fermava agli atleti. Quando uscì La Tecnica Moderna dello Sci di Chicco Cotelli e Paolo De Chiesa, scrisse che chiunque seguisse lo sci alpino avrebbe dovuto leggerlo. E aggiunse, con la semplicità che aveva nei momenti migliori: “Se amate lo sci è impossibile che non amiate anche questo capolavoro.” Una riga sola. Bastava.

Era questo il segreto: non descriveva le gare. Raccontava la vita che ci stava dentro.
Ma la sua mente non si fermava alla cronaca. Era un costruttore di immaginari.
Gestì la comunicazione del Kilometro Lanciato a Cervinia, co-ideò Azzurrissimo, e per celebrare il centenario dello sci sportivo guidò una spedizione di sei alpinisti in Groenlandia, ripercorrendo l’esatto itinerario di Fridtjof Nansen. Voleva toccare con mano le radici dello sport che amava. Il risultato fu La Leggenda dello Sci Alpino: un libro in cui ricostruisce l’evoluzione dell’agonismo dalla prima gara in poi — lettura imperdibile per chiunque ami lo sci al punto da volerne conoscere le fondamenta.
La sua curiosità, però, traboccava oltre i confini della neve.
C’era la passione per la radioamatoristica: le sue estati al mare non erano mai di riposo, ma si trasformavano in spedizioni nelle isole italiane e nei luoghi più remoti, a caccia di frequenze e record nei contest mondiali. C’era poi — profonda, viscerale — quella per il tango argentino. Una danza che ballò per anni con la sua amata moglie Graziella, che oggi finalmente ha raggiunto. Massimo ne studiò l’architettura oltre i passi codificati, e scrisse una decina di libri sull’argomento, tradotti e distribuiti persino in Argentina.

Fino all’ultimo inverno la sua passione non si era spenta: attraverso la sua pagina Facebook continuava a incantare migliaia di follower con riflessioni fulminanti sulla Coppa del Mondo. Segno di una mente che non aveva mai smesso di scendere in pista.
Oggi, come Direttore di questa rivista, ho il dovere di salutare un Maestro del giornalismo. Uno che si era innamorato dello sci quando la Gazzetta era diretta da Gino Palumbo e in redazione teneva sotto la sua ala due ragazzi destinati a diventare numeri uno: Gianni Merlo e Pierangelo Molinaro. Intorno a lui c’era una generazione irripetibile di giornalisti della neve — Aldo Pacor, Fulvio Astori, Onorato Cerne, Gianni Bianco, Piero Ratti, Oddo, Pigna, Zampino, Gobbo, Orlando e tanti altri — ciascuno con la propria voce, ciascuno innamorato della stessa montagna.

E accanto a lui, sempre, il suo inseparabile amico Armando Trovati, il Re della fotografia, la cui famiglia ancora oggi dipinge di immagini queste pagine con i figli Alessandro e Marco. Come figlio, assieme a mia sorella Rossella, ho il privilegio di piangere un padre straordinario.
Massimo ha finito la sua discesa. Va sempre bene. Nello sci si può sognare a tutte le ore…

Grazie di tutto, Papà.
Marco Di Marco






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