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Elena Sandulli candidata FISI: la sicurezza al centro

Tutto parte da una telefonata. Quella di Antonio Noris, candidato alla Presidenza, che chiede a Elena Sandulli di entrare nella sua squadra per il Consiglio federale FISI, nella componente degli atleti. Lei ci pensa, ascolta, alla fine dice sì: nasce così la sua candidatura. Quella telefonata arriva alla fine di un percorso cominciato mesi prima. Un percorso che l’ha riportata sulla neve, accanto a Luisa Bertani, ex compagna di squadra e amica, questa volta con la divisa di chi insegna al posto del pettorale di chi corre.

È come candidata nella componente atleta che Sandulli, 26 anni, ha scelto di mettersi a disposizione. Ma prima della candidatura c’è stato qualcosa che ha riacceso il suo rapporto con lo sci e, soprattutto, con una delle questioni più delicate dello sport: la sicurezza.
Il ritorno sulla neve, il corso maestri, Bormio e le Olimpiadi vissute da volontaria le hanno permesso di osservare da vicino il lavoro di allenatori e operatori. Un ritorno in cui, insieme a Luisa Bertani, ha deciso di scrivere una lettera aperta alla FIS sulla sicurezza in pista, in un anno segnato dalla morte di quattro giovani atleti, fra cui Matilde Lorenzi e Matteo Franzoso. Un appello al dialogo costruttivo. Riflessioni che Sandulli ha poi portato sul terreno giuridico, con un’analisi pubblicata sulla Rivista di diritto sportivo del CONI.

È da qui che parte questa candidatura: dalla pista, dalla sicurezza e dalla convinzione che alcune questioni dello sci debbano essere affrontate anche dentro i luoghi in cui si prendono le decisioni.

Elena, chi sei oggi?
“Sono una ragazza cresciuta fra neve e libri, fra Roma e Südtirol: atleta della squadra nazionale, delle Fiamme Gialle, con il potenziale di una giovane emergente più che il palmarès di una campionessa. Una carriera breve, chiusa a 21 anni, poi il salto in altre esperienze accademiche e professionali, in Italia e all’estero”.

“Ho proseguito gli studi di legge fino alla laurea in giurisprudenza, poi altre esprienze, fra cui, Londra, un master allo UCL — all’interno di uno dei centri di ricerca più importanti sul diritto e le politiche dell’ambiente — e un passaggio come stagaire alla Commissione europea. La stessa passione, la stessa dedizione al lavoro. E lo sci, sullo sfondo, sempre vicino”.

La storia dello sci, per Elena, parte molto prima della squadra nazionale. E passa da persone e società che hanno accompagnato la sua crescita.
“Sono cresciuta nell’SC Fana; una crescita sciistica in Alto Adige. Col passaggio alle FIS ho vestito i colori del Livata, fino all’ingresso nelle Fiamme Gialle. Gruppo sportivo da cui ho ricevuto un importante supporto nel mio percorso, anche nel fine carriera; ci tengo a precisarlo.”

Poi c’è Ivan Nardi, l’allenatore che Elena indica come una figura decisiva della sua formazione.

“Ivan mi ha cresciuta da quando avevo cinque anni. È stato una persona che mi ha tutelato come persona oltre che come atleta. È stato un grande tecnico, ma anche un grande uomo. Dimensioni, quella umana e professionale, che per noi sono sempre andate di pari passo”.

Il ritorno è arrivato quest’anno, insieme a Luisa Bertani, ex compagna di squadra e grande amica.

“Abbiamo deciso di fare il corso maestri di sci con l’Abruzzo”, racconta. La neve, questa volta, è stata guardata da un’altra posizione. Poi Bormio, le Olimpiadi vissute da volontarie, il lavoro degli allenatori e degli operatori osservato da vicino.

“Abbiamo visto e contribuito, con dedizione, a quello che è stato un lavoro di gruppo. E quando dico gruppo lo sottolineo: allenatori e operatori in pista hanno lavorato, senza badare a sacrifici in termini di tempo ed energie, per consentire lo svolgimento di competizioni sicure.”

E la candidatura? Da dove arriva?
“Per me è stata inaspettata, però non improvvisata. Nasce da un movimento “dal basso”, fondato sul dialogo con gli atleti, gli allenatori e gli altri operatori del settore. Il percorso era già iniziato”.

Il primo gesto è una lettera alla FIS. Elena e Luisa la scrivono dopo il funerale del collega e amico Matteo. In un anno segnato dalla morte di quattro giovani atleti. Sono tornate in pista da poco e quello che vedono sulla neve, nei racconti degli atleti e degli allenatori, chiede uno spazio diverso. Uno spazio per parlare di sicurezza, prima che sia ancora un’altra tragedia ad imporlo.
La lettera nasce da lì, apre una conversazione, mette una domanda sul tavolo. È il primo passo di un percorso che, per Elena, finirà per andare molto oltre la sicurezza.

“Avevamo percepito quello che per noi era un silenzio assordante. Abbiamo deciso di contrapporre a quel silenzio un approccio fondato sul dialogo con gli atleti. Durante questa stagione di ritorno sulle piste, anche attraverso il corso maestri, ho avuto modo di osservare e ascoltare. Ho trovato un ambiente sicuramente più sensibile alla tematica della sicurezza, però ancora tendenzialmente in silenzio”.

Che cosa ti ha fatto pensare che servisse un passo ulteriore?
“Ho visto una crescente sensibilità che però ancora aspetta iniziative capaci di favorire davvero questo cambiamento verso una cultura della sicurezza in pista. E quando mi è stato chiesto se volessi trasformare la lettera in un articolo giuridico, ho accettato. Mi sembrava un contributo che dovevo allo sport, agli atleti e agli allenatori. Mi sono messa al lavoro armata di penna e cuore, passami il romanticismo”.

Il lavoro è reperibile online sulla Rivista di diritto sportivo del CONI (DALLA CULTURA DEL SILENZIO ALLA CULTURA DELLA SICUREZZA IN PISTA ) e sarà pubblicato anche nel Commentario ragionato sulla normativa relativa all’assetto strutturale dello sport, dopo l’inserimento in Costituzione, curato da Piero Sandulli. La scelta del terreno giuridico, nel suo caso, ha un significato preciso. Sandulli prova ad entrare nei meccanismi che stanno dietro alla sicurezza: responsabilità, organizzazione, obblighi, margini di intervento. E parte soprattutto dalle piste di allenamento.

Perché hai scelto proprio la pista di allenamento come primo punto di analisi?
“Per le difficoltà strutturali che presenta rispetto alla messa in sicurezza. La pista di allenamento è un impianto a cavallo fra sport e turismo. E questo è un elemento importante attraverso cui leggere la disciplina di settore; anche sul piano delle responsabilità. A livello giuridico ci sono incertezze sulla distribuzione delle responsabilità. Ho cercato di sviluppare un’interpretazione della disciplina che si oppone all’idea che l’allenatore sia l’esclusivo responsabile della messa in sicurezza della pista di allenamento. Oggi è il gestore dell’impianto a decidere se e quali piste riservare agli allenamenti. Questo dato deve essere considerato quando si ragiona sulla distribuzione delle responsabilità”.

Da qui il ragionamento sale fino agli standard di sicurezza. Sandulli richiama l’importanza di ragionare sull’innalzamento degli standard di sicurezza, come le omologazioni obbligatorie previste ora anche per gli allenamenti, anche attraverso interventi capaci di renderli praticabili.

Tradotto nella pratica, che cosa significa?
“Significa che l’auspicabile innalzamento degli standard di sicurezza debba essere accompagnato da interventi coordinati, anche economici, di sostegno e supporto agli operatori del settore. Altrimenti si rischia di chiedere un livello di sicurezza più alto, che si traduce in un aumento di costi, cui non siamo in grado di fare fronte. Serve, invece, creare le condizioni materiali per raggiungere tale livello”.

Nel tuo articolo affronti poi il rapporto fra la FISI e l’atleta della squadra nazionale. Perché era importante inserirlo nell’analisi?
“Perché questo rapporto ha una dimensione giuridica particolare che assume rilievo anche nel dibattito sulla sicurezza. Io avevo analizzato il Regolamento delle squadre nazionali del 2021, che ancora non conteneva riferimenti diretti al tema. Già allora, però, si poteva argomentare che l’accettazione del rischio tipico della disciplina non possa tradursi nell’imputazione all’atleta dei rischi attribuibili all’organizzazione dell’attività – legati a carenze gestionali delle piste di allenamento”.

È un passaggio centrale del suo ragionamento: l’atleta accetta il rischio proprio dello sci, quello che appartiene alla disciplina e alla prestazione. Un’altra cosa sono i rischi prodotti dall’organizzazione dell’attività. Da qui l’idea di una responsabilità condivisa e di un contesto nel quale l’atleta possa esprimere la propria performance dentro un livello di rischio accettabile. Poi è arrivato il Regolamento delle squadre nazionali 2026. E lì hai ritrovato alcuni dei temi che avevi messo sotto osservazione.

“Sì. La scelta del focus si è rivelata, forse, predittiva. Il Regolamento 2026 è stato adottato alla fine di giugno e sottoposto alla sottoscrizione degli atleti delle squadre nazionali. Appare una risposta della FISI ai recenti decessi che punta a “responsabilizzare” gli atleti. Dalla lettura del testo emerge però un quadro di distribuzione delle responsabilità fra atleti e staff FISI poco attento alla realtà materiale e giuridica nella quale dovrà essere applicato.”.

Qual è la tua principale perplessità?
“Che sembri gravare sull’atleta della squadra nazionale il compito di gestire, durante la discesa, i rischi inerenti a un tracciato predisposto dallo staff tecnico FISI, su una pista messa a disposizione dal gestore degli impianti. Gli obblighi che gravano sull’atleta della squadra nazionale sono particolarmente incisivi e accompagnati da un’ampia assunzione di rischi. Tali prestazioni sono al limite del tecnicamente possibile. È un testo che, più che rappresentare un passo concreto verso una maggiore sicurezza, rischia di celare un tentativo di deresponsabilizzazione della FISI e del suo staff. Lo considero pericoloso perché può ostacolare la transizione dalla cultura del silenzio alla cultura della sicurezza in pista, con effetti diretti sulle squadre e indiretti anche sul lavoro dei comitati e degli sci club. Si pone anche un problema in relazione ai dubbi sulla sua validità, creando un’incertezza che ricade anche sugli allenatori”.

Il giudizio sul regolamento è severo. La risposta, però, per Sandulli passa ancora dal confronto: competenze diverse intorno allo stesso tavolo, problemi affrontati partendo dalla realtà quotidiana delle piste.

Che cosa dovrebbe succedere adesso, secondo te?
“Il rinnovo della Presidenza e del Consiglio FISI rappresenta un’occasione importante per aprire tavoli di lavoro sulla sicurezza nello sci. Luoghi di confronto nei quali sviluppare insieme strategie adeguate alle realtà che si riscontrano quotidianamente in pista. Io vedo almeno quattro direttrici: l’innalzamento degli standard minimi di sicurezza delle piste di allenamento, soprattutto per lo sci estivo e la velocità, associato ad un adeguato supporto; programmi di formazione e sensibilizzazione per gli operatori; una definizione più chiara delle responsabilità giuridiche rispetto alle piste di allenamento; una maggiore partecipazione e rappresentatività di atleti e allenatori nei processi decisionali”.

A questo punto il campo visivo si allarga: la sicurezza diventa il punto dal quale Sandulli guarda al funzionamento della Federazione.

“Per me sì. Il modo in cui affrontiamo la sicurezza è un indice molto chiaro di sensibilità e rispetto verso gli atleti e gli allenatori, come persone e come professionisti. Per questo la considero un punto di ingresso. Se partiamo da lì, possiamo parlare di partecipazione, di rappresentanza. E possiamo parlare della base: gli sci club, gli atleti, gli allenatori di tutte le categorie. Io credo in una Federazione più partecipata, con la base e per la base”.

Oltre alla sicurezza, quali altri temi vorresti portare al tavolo?
“Ribadisco che la sicurezza è il punto di ingresso, l’indice di sensibilità da cui parto. Il campo però è più largo: cito solo due esempi, fra i tanti possibili. La crescita della base, all’interno di un sistama capace di attrarre e trattenere giovani e famiglie. E poi percorsi che tengano insieme sport e scuola, permettendo agli atleti di conciliare i due mondi. Ho portato avanti sport e scuola con passione e dedizione dall’infanzia ai cancelletti di coppa del mondo “.

È dentro questa idea che va letta la scelta di candidarsi nella componente atleta. Il consigliere può diventare uno degli strumenti attraverso cui l’esperienza di chi pratica lo sci arriva al tavolo delle decisioni. Per Sandulli, però, il problema è più ampio.

Che cosa vorresti cambiare, concretamente, nel rapporto fra atleti e Federazione?

“Nell’articolo ho evidenziato l’opportunità di creare forme di rappresentanza degli atleti delle squadre nazionali ulteriori rispetto a quelle dei consiglieri federali. Bisognerebbe lavorare alla creazione di forme di rappresentanza effettiva degli atleti delle squadre nazionali di oggi e di domani (anche a livello internazionale). Servono degli spazi nei quali gli atleti possano sviluppare liberamente un dialogo fra di loro: sulla sicurezza, ma non solo. Spazi che permettano alla loro voce di arrivare ai processi attraverso i quali si plasma il loro sport.

 Affianco a questa visione per il medio-lungo periodo, è necessario valorizzare le figure ad oggi esistenti. In primo luogo la carica federale di consigliere atleta per cui ho scelto di candidarmi. Parlando con l’ambiente mi sono accorta quanto poca sia conosciuta questa figura dagli atleti. Vorrei che si valorizzasse quale mezzo attraverso il quale rappresentare gli atleti di tutte le categorie”.

E la tua candidatura, quindi, cosa porta in più?
“La mia recente esperienza nella squadra nazionale, insieme alle competenze giuridiche che ho maturato attraverso gli studi e le esperienze professionali in Italia e all’estero. Ma soprattutto porto un modo di intendere questo ruolo: ascoltare, creare dialogo, mettere a disposizione quello che ho imparato con testa, cuore e determinazione. Io non sono una politica. Mi sono candidata perché Antonio mi ha convinta che fosse importante per lo sport”.

Cosa ti ha detto Antonio Noris per convincerti?

“Mi ha parlato della sua idea di sport. Nel farlo mi ha trasmesso la sua passione, il suo approccio volto a ricercare professionalità, e fondato sulla valorizzazione del lavoro di squadra. Mi ha dedicato tempo – cosa che ho apprezzato – mostrandosi interessato alle mie (giovani) esperienze in pista e fuori. Ho visto una persona alla ricera di persone e professionisti motivati e competenti. Un approccio che coindivido. A quel punto ho iniziato a pensare che forse aveva senso provarci. Per il nostro sport”.

E se il risultato elettorale prendesse una strada diversa da quella della squadra di Noris?
“Io mi sono messa a disposizione perché credo che il coinvolgimento degli atleti e degli allenatori sia importante per lo sport. Questo rimane il mio posizionamento. Voglio farlo per gli atleti e gli allenatori – come persone e professionisti – di tutte le categorie. La candidatura, come detto, è arrivata in maniera inaspettata da un movimento nato dal “basso” un anno fa e che ha portato, passo dopo passo, a tanti sviluppi che non avevo previsto. Io continuo a mettermi a disposizione con testa e cuore, cercando di essere costruttiva”.

Il lavoro di squadra, alla fine, torna. Era dentro quella telefonata. Elena lo aveva ritrovato tornando sulla neve, con Luisa durante al corso maestri, a Bormio, osservando e contribuendo al lavoro degli allenatori, degli operatori, di tutte quelle persone che una gara la fanno funzionare anche quando non si vedono.

Forse è anche per questo che, parlando del futuro, torna spesso sulle persone. Sugli atleti che dovrebbero avere più spazio per parlarsi, sui club, sulla possibilità di costruire qualcosa insieme. Lo sci lo ha conosciuto prima da dentro un cancelletto, poi da fuori. E le due cose, adesso, sembrano guardarsi negli occhi.

Elena, perché gli Sci Club dovrebbero votarti?

“Perché la mia candidatura nasce dal “basso” per la base e si fonda sul confronto con gli atleti, gli allenatori e gli altri operatori del settore. Perché scelgo di concentrarmi sulla sicurezza come indice di sensibilità e rispetto verso atleti e allenatori, come persone e professionisti”.

“E perché credo che lo sci sia una famiglia. E da famiglia dobbiamo iniziare a farci carico delle responsabilità condivise verso i nostri componenti più fragili e costruire insieme uno sport all’altezza dei suoi valori sociali ed educativi”.

* In copertina Elena Sandulli assieme a Luisa Bersani, entrambe volontarie a Bormio per i Giochi Milano-Cortina 2026

About the author

Marco Di Marco

Nasce a Milano tre anni addietro il primo numero di Sciare (1 dicembre 1966). A sette anni il padre Massimo (fondatore di Sciare) lo porta a vedere i Campionati Italiani di sci alpino. C’era tutta la Valanga Azzurra. Torna a casa e decide che non c’è niente di più bello dello sci. A 14 anni fa il fattorino per la redazione, a 16 si occupa di una rubrica dedicata agli adesivi, a 19 entra in redazione, a 21 fa lo slalom tra l’attrezzatura e la Coppa del Mondo. Nel 1987 inventa la Guida Tecnica all’Acquisto, nel 1988 la rivista OnBoard di snowboard. Nel 1997 crea il sito www.sciaremag.it, nel 1998 assieme a Giulio Rossi dà vita alla Fis Carving Cup. Dopo 8 Mondiali e 5 Olimpiadi, nel 2001 diventa Direttore della Rivista, ruolo che riveste anche oggi. Il Collegio dei maestri di sci del Veneto lo ha nominato Maestro di Sci ad Honorem (ottobre ’23).

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