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Giovanni Franzoni: “Ricomincio da zero ma la sfida ora è ancora più forte!”

Giovanni Franzoni: “Ricomincio da zero ma la sfida ora è ancora più forte!”
In presenza di un grave infortunio la routine è quasi sempre la stessa: la dura legge dell’accettazione, lo stop totale, la fase riabilitativa, la riatletizzazione e passati i canonici sei mesi, il primo ritorno sulla neve fino al totale recupero fisico e mentale che non è mai uguale a sé stesso.

Da qui ci è passato anche Giovanni Franzoni, 22enne bresciano di Manerba del Garda, delle Fiamme Gialle che il 13 gennaio scorso ha interrotto il suo percorso di Coppa del Mondo contro le reti (messe malissimo) del Lauberhorn di Wengen (superG), procurandosi una lesione ai flessori della coscia destra (tre tendini strappati). Pochi giorni dopo si è ritrovato sul lettino della clinica Neo di Turku, in Finlandia, struttura ben nota anche a Peter Fill e prima ancora a Kristian Ghedina, perché specializzata per questo genere di infortuni.

Tutto è andato per il meglio ma rispetto al solito, il giovane talento Azzurro non ripartirà laddove aveva lasciato, con il suo ranking e i suoi punti Fis. Lo status di infortunato dovrebbe congelarli, ma il regolamento lo prevede solo se l’atleta ha preso parte a non più di otto gare. Giovanni, in quanto polivalente, alla data del 13 gennaio aveva aperto il cancelletto già 10 volte. Morale? Tutto andato alla malora! Franzoni deve ricominciare da capo, più o meno come quando nel 2019 entrò in Squadra C. Le logiche regolamentari create dalla Fis per tutelare l’atleta, gli si sono voltate contro e forse è anche il caso che vi si metta mano per difendere gli atleti non specialisti, tra l’altro figura sempre adorata e auspicata dal palazzo di Oberhofen.

Ci si può incazzare finche si vuole ma questo è. E questo è il Giovanni Franzoni di oggi che ha appena ultimato il suo secondo ritorno sulla neve dopo la prima uscita allo Stelvio del 6 giugno.

Come sta andando ragazzo?
Bello qui a Cervinia, situazione niente male che non ci aspettavamo considerando la botta di caldo dei giorni scorsi. Nelle prime ore del mattino la neve era dura, poi mollava un pochino, ma si è riuscito a sciare bene.

Solo campo libero?
Principalmente sì, come gli altri velocisti al loro primo raduno estivo sulla neve. Però sono rientrato per la prima volta anche tra i pali. Un po’ di gigante scolastico, diciamo. Proveremo qualcosa di più il 6 agosto sempre qui, ma salterò la trasferta a Peer (Belgio). Non sono ancora pronto per le situazioni tipiche dello Skidome. Poi l’Argentina!

Sta procedendo tutto secondo i piani?
Più o meno sì. Pensavo di non patire più alcun fastidio, ma ci sta, dai. Meglio rispetto allo Stelvio quando, dopo ogni giro, sentivo ancora un po’ di dolore. Avevamo fatto i test ed era evidente che sul femorale destro c’era una carenza di forza del 30% rispetto al sinistro. In questi giorni ho avvertito ancora qualche fastidio sulla neve dura, ma credo sia solo una questione di riabituarsi agli scarponi.

Fastidi anche nel precedente raduno di Formia?
All’inizio facevo fatica a correre, ma dopo i primi giorni molto meglio, sia nella gamba che nella testa. Riuscire a fare in palestra gli stessi esercizi dei miei compagni, seppur con carichi inferiori, mi ha dato subito un bel vantaggio psicologico. Potersi allenare senza pensare che potresti sentire dolore è una gran cosa!

Vuoi dire che stiamo parlando soltanto di un brutto ricordo?
Sugli sci consciamente non ho più alcun problema, ma non posso dire di trovarmi come se nulla fosse successo. Sicuramente l’istinto mi porta a spingere meno perché devo riabituarmi, ma il pensiero di stare attento a ogni curva, no, questa cosa non ce l’ho. Ed è stata una bella scoperta. Negli infortuni precedenti, fortunatamente meno gravi, questa paranoia un po’ mi inseguiva. L’idea di potermi fare male seriamente, in una situazione di imperfezione fisica, un po’ mi frenava. Ora che la botta l’ho presa è come se mi scivolasse un po’ tutto addosso. Sono qua per sciare, è il mio sport, il mio lavoro. Vedremo poi più avanti quando mi dedicherò a discesa e super se salterà fuori qualche tarlo. Diciamo che affronterò una cosa alla volta, per ora niente patemi!

Risolti anche i precedenti problemi alla schiena?
Sono sorpreso perché credevo che tornando sugli sci dopo tanto tempo qualcosa tornasse fuori, invece pare di no. Questo significa che col nuovo fisioterapista stiamo lavorando molto bene. Vedremo poi le risposte su neve dura in mezzo ai pali. L’anno scorso, rispetto all’anno dei Mondiali, in realtà ero riuscito a gestire bene questo problema. Sentivo qualche fastidio in gigante ma nulla nelle gare veloci. Mi sto preparando per debellare anche questo problema.

È per questo che sei più grosso di tuo fratello?
Bella questa! Se fossi come Alessandro sugli sci non riuscirei nemmeno a tirare una curva. Hai presente com’è la massa muscolare di un culturista? Diciamo però che si è ridotto il gap. Ho lavorato tanto sulla parte alta perché ovviamente sotto non ho potuto fare molto. Fino a qualche mese fa ero abbastanza “spesso”, poi abbiamo iniziato un tipo di lavoro che pian piano mi ha asciugato. Tanta corsa ed esercizi studiati per riuscire a gestire in maniera ottimale gli sforzi prolungati. La stagione scorsa mi trovavo bene nelle prove veloci, ma mi sentivo un po’ imballato in gigante.

Immagino sia piuttosto complicato programmare con precisione la tua prossima stagione
Il programma della mia stagione è sempre un po’ un casino anche quando sto bene, figuriamoci ora che devo badare al rientro dall’infortunio. Puoi tracciare una linea di massima ma chi fa tante specialità si adatta anche in base ai risultati che ottiene strada facendo. Quand’ero in Comitato rimbalzavo tra Gpi e Fis, poi in Squadra B tra Coppa Europa e Coppa del Mondo andando a cercare le gare più convenienti per migliorare il ranking nelle tre specialità (Discesa, superG e gigante – ndr). Dunque, impossibile disegnare con largo anticipo un programma ad hoc. Sicuramente ho bisogno di maggiore consapevolezza nella mia gestione. Sono il primo a voler fare più gare possibili ma devo imparare a tirare un po’ il freno. Il programma lo abbiamo stilato con i tecnici ma so già che sarà molto variabile. Intanto iniziamo, poi vedremo come il mio corpo reagirà. Come sai, poi, c’è anche la faccenda dei punti da recuperare!

Questo è proprio un bel pasticcio!
Puoi dirlo forte. In gigante sono passato da 18 a 27 punti e attualmente non posso nemmeno gareggiare in Coppa perché sono finito fuori dai 150. In superG da 15 a 37 punti! Ero 33esimo nel ranking adesso sono 148° quindi dentro al pelo, ma bisogna vedere se da qui alla Coppa del Mondo qualcuno mi passerà davanti. In discesa da 25 a 35 punti ed anche lì sono al limite.

Il famoso: “Oltre al danno la beffa”…
È proprio così ma se c’è una cosa che ho imparato nell’ultimo periodo è avere pazienza. Ripartirò dalla Coppa Europa anche se indosserò pettorali piuttosto alti, sicuramente fuori dai 30. Sarà un ritorno alle origini.

Ma come fa un ventenne a switchare dall’impeto del “tutto e subito” a una certa mitezza?
Partire da zero sia per recuperare posizioni nei ranking che per ristabilirsi dall’infortunio genera una condizione particolare. Indubbiamente mi sento diverso e mi sto confrontando con situazioni mai provate prima. È una esperienza nuova e come tale sto scoprendo una parte di me che non conoscevo. Se vogliamo trovare una componente positiva in quello che mi è accaduto è proprio questo: riesco a riconoscere meglio i miei limiti fisici e mentali. Ho una maggiore percezione di quanto desideri fare questo tipo di vita. Me lo sono ripetuto mille volte: a parità di infortunio, non fossi stato un atleta non avrei mai affrontato un percorso riabilitativo così duro. Invece è scattato in me un senso di sfida differente. Un percorso, per così dire, solitario, più con me stesso che in competizione con gli altri. Ecco, per me si tratta di una situazione nuova. Sono cresciuto agonisticamente cercando di guardare sempre gli atleti più forti per raggiungerli. Adesso davanti ai miei occhi ci sono soltanto io e le prove che devo affrontare per capire chi sono, quanto valgo e quali obiettivi sarò in grado di raggiungere. Sono certo che questo viaggio interiore è la migliore medicina per migliorare. Da qui, ecco la pazienza di cui parlavo prima!

Questo salto di maturità non sarebbe arrivato comunque senza infortunio?
Ci sarei probabilmente arrivato con modalità differenti e con tempi più lunghi. Non avevo mai avuto occasione di fermarmi per riflettere su me stesso. La mia quotidianità era fatta di cose pratiche, programmazione, allenamenti, risultati… Quando invece mi sono ritrovato seduto su un divano con la gamba rotta a guardare le gare in tv ho iniziato a parlarmi. Mi sono detto, bene, mi trovo in questa situazione, vediamo come ne esco fuori, sapendo che per un certo periodo non devo dimostrare niente a nessuno se non a Giovanni Franzoni.

Sono tutti d’accordo nell’aspettarti?
Di questo ne sono assolutamente certo. Poi, ovvio, non ho detto di essere cambiato ma maturato, quindi, non affronterò mai una gara solo per percepire sensazioni. Darò sempre il massimo ma a differenza di prima mi accompagnerà una maggiore consapevolezza di ciò che posso esprimere in quel momento. L’obiettivo principale è tornare a posto fisicamente e migliorare tecnicamente. In gigante, come detto, mi sono un po’ distratto accumulando qualche lacuna di troppo. Questo reset probabilmente mi tornerà utile.

Il pubblico sarà probabilmente meno paziente, cosa possiamo dirgli?
Lo dividerei tra puri tifosi e appassionati sportivi. I primi magari non conoscono nei dettagli i percorsi degli atleti, guardano la bandierina italiana e sono pronti a gioire quando arriva il risultato e a ignorarti se non compari tra i migliori. Chi invece conosce bene il nostro sport sa riconoscere quando il risultato è comunque da apprezzare anche se non c’è il podio. Non chiedo nulla su me stesso, ma in generale su tutti gli Azzurri, specialmente quelli più giovani: nessuno di noi pretende di essere coccolato o esaltato se le cose non vanno per il meglio, ma nemmeno essere oggetto di insulti se arriva un’inforcata o un errore di valutazione di una linea. Tutti sono bravi a salire sul carro dei vincenti, ma credo he gli atleti apprezzino di più coloro che ti stanno vicino quando buchi! Nel mio percorso fatto finora non ho mai visto un compagno di squadra tirare a campare. Tutti danno l’anima, dagli atleti all’intera filiera dei tecnici.

Quando ti sei riunito alla squadra hai cercato confronti con i tuoi compagni più esperti?
In realtà no, ma un passaggio significativo di confronto l’ho avuto. A giugno sono andato al Mugello, ospite di Oakley per assistere alla Moto Gp e lì ho incontrato un atleta che è sempre stato un mio mito fin da quando ero bambino. È il 33enne skater statunitense Ryan Sheckler, (nel 2008 aprì una fondazione per sostenere gli atleti meno fortunati, e per aiutarli a riprendersi da un infortunio – ndr). Ho avuto la possibilità di parlargli per un’oretta abbondante ed è stato fantastico. Mi ha trasmesso una fiducia incredibile e tanta positività. Come dire, parole giuste al momento giusto.

Nel periodo immediatamente dopo l’operazione ti è capitato di pensare ad altre situazioni al di fuori dello sci?
Ammetto di sì e c’ero già passato quando mi sono rotto la clavicola prima che iniziasse la stagione di quella Coppa Europa che poi ho vinto, con annessi i vari problemi alla schiena. Attimi in cui mi sono chiesto se valesse la pena andare avanti. Gli stessi flash li ho avuto quando mi sono ritrovato nel letto d’ospedale in Finlandia. Poi però, è sparito tutto quando ho pensato ai rimpianti che avrei potuto avere se avessi preso una decisione del genere. Non ha prevalso l’andar bene o l’andar male, ma ciò che voglio davvero fare nella vita.

Ne hai parlato anche in famiglia, i tuoi, tuo fratello…?
Dire che mi sono stati vicini fin dal primo minuto è poco! Però mi sono accorto che il vero coraggio per affrontare questo periodo non potevo trovarlo nei miei cari ma solo in me. Così ho anche scelto di prendere un appartamentino vicino a casa per gestire autonomamente la situazione. Vivere la riabilitazione senza essere condizionato da nessuno e iniziare quel percorso alla ricerca di me stesso che ho raccontato prima. Certamente si tratta di una svolta di vita che però prima o poi è anche giusto debba avvenire. Nei primi due mesi non mi hanno mollato un attimo, ma tieni conto che non riuscivo nemmeno a scendere dal letto da solo. Raggiunta un minimo di autonomia ho preso questa decisione, condivisa anche da loro.

Torniamo in pista, punterai sempre alla polivalenza?
Di base sì, ma ora come ora sono più interessato al gigante che ha bisogno di un lavoro più meticoloso. La velocità mi piace un sacco ma anche se mi alleno un po’ di meno mi riesce più facile. In più adesso qualche pista adesso la conosco e questo è un gran bel vantaggio a livello sia di testa che di energie fisiche.

Che ricordi hai delle prove veloci che hai fatto?
Bei ricordi, a partire da Lake Louise, 40esimo nel mio esordio in discesa. Quasi entro in top 30 se non fosse stato per un errore nella parte finale. Nella discesa di Beaver Creek, nella parte alta c’era un vento assurdo, ma tra il secondo settore e il traguardo avevo preso solo mezzo secondo da Kilde. In superG mi giocavo tra il quinto e il decimo posto, poi è arrivato l’errore in vista del traguardo. A Bormio, secondo tempo nell’ultimo settore e top 30 in superG anche se potevo sciare meglio. Tutto bene e in sicurezza fin quando sono arrivato a Wengen!

Una pista tremenda?
Una pista molto bella, ma il disagio che per la prima volta in vita mia ho avvertito non è dipeso dal disegno quanto dalla neve, molto grumosa, a pallini. In queste situazioni non mi fido tanto perché non ho ancora la percezione di controllare l’azione come piace a me. Per assurdo preferisco il ghiaccio vivo che in teoria è più difficile, però so che quando metto lì lo sci, la risposta è immediata. Nonostante questo, memore della bella prova di Beaver, ci ho dato dentro comunque. D’altra parte, se vuoi andare avanti un po’ devi rischiare, non puoi scendere col freno a mano tirato. Certo, bisogna farlo sempre con una certa intelligenza tecnica, quella che si sviluppa con l’esperienza e non è un caso che – fenomeni a parte – in velocità si va forte con qualche annetto in più sulle spalle. Il velocita comunque lo sa, le batoste possono sempre arrivare, anche se quella capitata a me è frutto di una scivolata davvero stupida. Se a Beaver Creek è stata tutta colpa mia, a Wengen, certo l’errore l’ho commesso io, ma con una rete messa meglio lo sci non sarebbe entrato dentro le maglie in quel modo. Usando uno slang colorito si chiama sfiga!

I “fuori pista” avvenuti sono frutto di una tecnica ancora un po’ acerba?
Sono più che altro errori tattici. Soprattutto in superG la complicazione maggiore è capire quando inserire o scalare le marce. Non si può scendere sempre a manetta! A Beaver mi avevano anche avvertito che in quella curva lo sci sbatteva. Per questo sono arrivato lì consapevole che il terreno era mosso, dimenticandomi però che subito dopo c’era un salto. Così ho dato tanta pressione per tenere lo sci più aderente possibile al terreno e quando mi sono reso conto di essere sul dente, ormai era troppo tardi per alleggerire e assorbire il salto.

A Milano-Cortina ci pensi o è un obiettivo ancora troppo lontano?
Non sono abituato a guardare troppo in là, ma ai Giochi ci penso eccome, perché sarà un appuntamento che mi rimarrà dentro per tutta la vita, indipendentemente da come andrà. Questo obiettivo lo vivo soprattutto nei giorni di maggior difficoltà e fatica perché sono consapevole che non potrò prepararlo solo nell’estate 2025. È uno stimolo che mi regala tante motivazioni in più. Perché quell’appuntamento prima bisogna guadagnarselo. Quando arriverà questa certezza, allora potrò concentrarmi di più su come conquistare una medaglia. Giovanni Franzoni Ricomincio da zero Giovanni Franzoni Ricomincio da zero Giovanni Franzoni Ricomincio da zero Giovanni Franzoni Ricomincio da zero

About the author

Marco Di Marco

Nasce a Milano tre anni addietro il primo numero di Sciare (1 dicembre 1966). A sette anni il padre Massimo (fondatore di Sciare) lo porta a vedere i Campionati Italiani di sci alpino. C’era tutta la Valanga Azzurra. Torna a casa e decide che non c’è niente di più bello dello sci. A 14 anni fa il fattorino per la redazione, a 16 si occupa di una rubrica dedicata agli adesivi, a 19 entra in redazione, a 21 fa lo slalom tra l’attrezzatura e la Coppa del Mondo. Nel 1987 inventa la Guida Tecnica all’Acquisto, nel 1988 la rivista OnBoard di snowboard. Nel 1997 crea il sito www.sciaremag.it, nel 1998 assieme a Giulio Rossi dà vita alla Fis Carving Cup. Dopo 8 Mondiali e 5 Olimpiadi, nel 2001 diventa Direttore della Rivista, ruolo che riveste anche oggi. Il Collegio dei maestri di sci del Veneto lo ha nominato Maestro di Sci ad Honorem (ottobre ’23).

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