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Nadia Fanchini, “La Rai mi ha riportato a casa. Sarebbe bello continuare”

Dopo una vita trascorsa fra cancelletto di partenza e traguardo, Nadia Fanchini ha scoperto un altro modo di vivere la Coppa del Mondo. L’inverno scorso è stata la voce tecnica delle gare femminili Rai, un’esperienza arrivata quasi all’improvviso, senza prove, senza una vera preparazione e con tutta la pressione di un debutto davanti a milioni di telespettatori. Ne è nato un percorso fatto di paure, crescita e voglia di imparare. Oggi, guardando a quella prima stagione, Nadia sorride. E, se arrivasse una nuova chiamata, la risposta sarebbe già pronta.

Se domani la Rai ti chiamasse per chiederti di affrontare un’altra stagione da commentatrice tecnica, diresti ancora di sì?
«Sì, direi di sì. Sarebbe bellissimo, anche perché ci saranno i Mondiali e vivere appuntamenti così importanti da un’altra prospettiva mi piace davvero tanto. Amo l’atmosfera della Coppa del Mondo. Per chi ha passato una vita nello sci è difficile staccarsi completamente. Mi sono ritirata nel 2019, avevo 32 anni, e all’inizio il vuoto lasciato dall’agonismo è stato enorme. Ritrovarmi di nuovo sulle piste, negli stessi luoghi, è stato come tornare un po’ a casa. Ho provato emozioni che non pensavo di poter rivivere.»

L’incarico è arrivato quasi all’improvviso. Hai avuto il tempo di prepararti oppure ti sei ritrovata davanti al microfono da un giorno all’altro?
«Praticamente da un giorno all’altro. Mi chiamò Bulbarelli poco prima di Sölden. La mia prima risposta fu no. Ho tre bambini, lavoro in Guardia di Finanza a tempo pieno e mi sembrava una cosa impossibile. Poi mi disse di prendermi qualche giorno per pensarci. Ne parlai con mia mamma e con David e furono proprio loro a convincermi.
Ripensandoci oggi, credo che dentro quella scelta ci fosse anche altro. Dopo quello che è successo con Elena avevo bisogno di tornare in un ambiente che mi aveva dato tantissimo. Ritrovare la Coppa del Mondo, rivedere quei luoghi, respirare ancora quell’atmosfera mi ha fatto bene. Era un modo per tornare a fare qualcosa che mi ha sempre resa felice.»

La prima gara davanti al microfono te la ricordi ancora?
«Eccome. Mi veniva da piangere. Davvero. Fare una gara di sci è quasi più semplice. Davanti al microfono pensi continuamente: “Adesso cosa dico? Come lo spiego?” Non ero preparata per quel mestiere e lo sapevo benissimo.»

Hai scoperto che essere stata una grande atleta non bastava per diventare una buona commentatrice.
«Assolutamente. Sono due mestieri completamente diversi. Da atleta vivi la gara, davanti al microfono devi raccontarla mentre succede. E poi il pubblico è molto diverso: c’è chi conosce perfettamente lo sci e chi lo guarda soltanto durante l’inverno. Devi riuscire a spiegare cose anche complicate con parole semplici.»

È stata proprio questa la difficoltà maggiore?
«Sì. Io ho sempre parlato in modo molto naturale, come parlavo con i miei allenatori. Tante volte mi rendevo conto che usavo termini troppo tecnici oppure, al contrario, facevo fatica a trovare parole diverse per descrivere situazioni simili. È un equilibrio che si impara con il tempo.»


Soldeu, Andorra, l’ultima gara della carriera di Nadia Fanchini, qui abbracciata da Federica Brignone 


Dopo una stagione intera senti di essere cresciuta?
«Sì. Come in tutte le cose. All’inizio hai paura, poi piano piano capisci i meccanismi, ti rilassi e riesci a essere più naturale. Sicuramente oggi mi sentirei più pronta rispetto alle prime gare.»

Quando commenti una discesa, su che cosa si concentra il tuo sguardo?
«Più che sul cronometro guardo come sciano. Nelle discipline veloci, che conosco meglio, riesco a vedere subito certi errori. Mi concentro molto sulla curva: quando un’atleta la chiude bene e riesce a ripartire con velocità, oppure quando rimane troppo tempo sugli sci e perde accelerazione.»

Riesci ancora a immedesimarti nelle ragazze al cancelletto?
«Quello tantissimo. Le emozioni sono le stesse che ricordo io. Quando sono lì con loro mi viene naturale parlare, dare un consiglio, scherzare. Mi sento libera. Paradossalmente faccio più fatica davanti al microfono.»

Le critiche ti hanno mai condizionata?
«Sì, perché io sono sempre stata così. Anche quando gareggiavo soffrivo molto il giudizio degli altri. Davanti al microfono è successo qualcosa di simile. Sai che le critiche sono sempre dietro l’angolo e questo, almeno all’inizio, mi ha impedito di essere completamente libera. Avevo quasi paura di sbagliare.»

Eppure tante persone ti hanno fatto i complimenti proprio per il tuo modo di raccontare lo sci.
«È stata forse la sorpresa più bella. Molti mi hanno fermata dicendomi: “Finalmente capisco quello che succede in pista”. Io, invece, avevo quasi la sensazione di essere troppo semplice. Pensavo di non dire abbastanza, invece proprio quella semplicità è stata apprezzata.»

È questo il compito di un commentatore tecnico? Spiegare oppure emozionare?
«Tutte e due le cose. Quando guardo uno sport che conosco poco, mi piace trovare qualcuno che me lo spieghi con parole semplici. Se poi riesce anche a trasmettere entusiasmo, ancora meglio.»

C’è stato qualcuno che ti ha aiutata in questa prima esperienza?
«Sì, ex compagne di squadra, soprattutto a livello morale. Ma alla fine è la pratica che ti corre in aiuto, un po’ come in tutte le cose. Infatti, dalla prima cronaca all’ultima c’è stata una bella differenza. Poi puoi piacere o meno, ma questo è un altro discorso».

Guardando le gare da una postazione diversa hai scoperto qualcosa delle atlete che magari da concorrente non riuscivi a cogliere?
«Più che scoprirle, credo di averle capite ancora meglio. So perfettamente cosa si prova quando c’è un obiettivo importante, quando una gara pesa più delle altre o quando qualcosa non funziona. Ci sono situazioni che ho vissuto anch’io e che oggi riesco a riconoscere immediatamente.»

Un altro aspetto delicato è il rapporto fra telecronista e commentatore tecnico. Quanto è difficile trovare i tempi giusti?
«È una delle cose più complicate. Bisogna imparare a entrare nel momento giusto, senza sovrapporsi. Serve sintonia e si costruisce soltanto lavorando insieme.»

Dopo una stagione ti senti ancora un’apprendista?
«Molto meno. Conosco meglio il circuito, conosco meglio tante atlete giovani che negli ultimi anni avevo seguito meno e, soprattutto, conosco un po’ di più questo mestiere. Oggi partirei con molta più serenità.»

Nel 2019 hai chiuso la tua carriera agonistica. Sei anni dopo se n’è aperta un’altra. Che cosa unisce queste due vite?
«La passione. È quella che mi ha fatto accettare questa sfida. Tornare a Sölden, a St. Moritz o negli altri luoghi dove ho gareggiato è stato emozionante. Mi sembrava quasi di aver smesso il giorno prima. Sono due esperienze completamente diverse, ma il filo che le unisce è sempre lo stesso: l’amore per lo sci.»

Torniamo allora alla domanda iniziale. Se domani arrivasse una telefonata dalla Rai…
«Direi ancora di sì. Con molta più tranquillità rispetto alla prima volta. So che c’è ancora tanto da imparare, ma oggi conosco meglio questo mondo e conosco un po’ di più anche me stessa davanti a un microfono. Sarebbe bello continuare.»

About the author

Marco Di Marco

Nasce a Milano tre anni addietro il primo numero di Sciare (1 dicembre 1966). A sette anni il padre Massimo (fondatore di Sciare) lo porta a vedere i Campionati Italiani di sci alpino. C’era tutta la Valanga Azzurra. Torna a casa e decide che non c’è niente di più bello dello sci. A 14 anni fa il fattorino per la redazione, a 16 si occupa di una rubrica dedicata agli adesivi, a 19 entra in redazione, a 21 fa lo slalom tra l’attrezzatura e la Coppa del Mondo. Nel 1987 inventa la Guida Tecnica all’Acquisto, nel 1988 la rivista OnBoard di snowboard. Nel 1997 crea il sito www.sciaremag.it, nel 1998 assieme a Giulio Rossi dà vita alla Fis Carving Cup. Dopo 8 Mondiali e 5 Olimpiadi, nel 2001 diventa Direttore della Rivista, ruolo che riveste anche oggi. Il Collegio dei maestri di sci del Veneto lo ha nominato Maestro di Sci ad Honorem (ottobre ’23).

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