Parma e lo Sci azzurro perdono un pezzo della propria storia sportiva. Pier Luigi Cocconi si spegne a 95 anni, portando con sé mezzo secolo di sci italiano scritto tra vetrine di pasticceria e piste innevate. Gli sci accompagnano le sue gambe fino a 82 anni, prova di un’energia capace di misurarsi con il tempo alla pari.
Nel 1951 Pier Luigi ha soltanto 19 anni, il titolo di geometra in tasca e un lutto fresco alle spalle: la morte del padre. Insieme al fratello rileva la storica pasticceria Pattono di via Repubblica, bottega dove già lavora lo zio Giovanni. L’inaugurazione ferma il traffico cittadino, tanta è la folla richiamata dall’apertura: un episodio che Cocconi racconta per tutta la vita, orgoglioso di quell’emozione collettiva. Cavaliere al merito sportivo, la sua bacheca custodisce anche la Stella d’argento del CONI, arrivata nel 1982, e la Stella d’oro, nel 2010.
La zuppa inglese diventa firma della casa, ricetta capace di attraversare generazioni di parmigiani e di finire tra le pagine del libro La Pasticceria parmigiana. Storie e ricette, scritto a quattro mani con Zannoni.
Guida l’attività insieme al team familiare e al fianco della moglie Luisa fino al 1990, anno in cui sceglie il ritiro a 60 anni, fedele a un principio personale: il negozio di pasticceria pretende sempre gambe giovani. Il ritiro dura poco: diventa presidente del Ccepp, la Cooperativa commissionaria esercizi pubblici pasticcerie, e affianca il gruppo Sigma insieme ad altri soci, tra cui i fratelli Cocchi.
La passione per lo sci nasce parallela, sui pendii di Marzolara, quando Pier Luigi ha appena 17 anni. Fonda con il fratello lo Sci Club Parma, ed entra nel consiglio nel 1958: primo emiliano a sedersi in un consesso storicamente riservato alle Alpi. La sua ascesa dentro la Federazione procede talmente rapida che La Gazzetta dello Sport gli dedica un titolo entrato nella memoria collettiva, “Cocconi in ascensore”.
Dal 1976 al 1980 ricopre la vicepresidenza della Federazione Italiana Sport Invernali. In quel ruolo nasce la sua invenzione più celebre, quasi per caso: Casa Italia.
L’idea prende forma nel 1974 a St. Moritz, tra i trionfi di Gustav Thöni nello slalom speciale. Le vittorie azzurre si moltiplicano pista dopo pista, e Cocconi — pasticciere di razza prima ancora che dirigente — pensa a un modo concreto per festeggiarle. Organizza una spedizione tutta emiliana: una Fiat 127 stipata di pasticcini parte da Parma verso un alberghetto svizzero, con a bordo anche il figlio Silvio, testimone diretto di quel viaggio. Zucchero e crema pasticcera diventano carburante per l’entusiasmo tricolore, offerti ad atleti, dirigenti e giornalisti riuniti a fine gara.
L’atto di nascita ufficiale arriva il 4 febbraio 1976, alle Olimpiadi invernali di Innsbruck, sotto il patrocinio del CONI: quella semplice trovata si trasforma in istituzione. Il progetto decolla rapidamente grazie al sostegno di figure di peso del territorio parmigiano: Giorgio Orlandini per l’Unione degli Industriali, Mario Bertolini per la Camera di Commercio, Renzo Cattabiani per il Consorzio del Parmigiano Reggiano, Pietro Barilla in prima persona. Casa Italia diventa da quel momento punto fermo per ogni spedizione azzurra ai Giochi invernali, e mezzo secolo dopo ogni bandiera issata su quelle case olimpiche porta ancora la firma, invisibile ma reale, di un pasticciere parmigiano innamorato dello sci.
I funerali si sono svolti lunedì 6 luglio nella chiesa di Santa Croce. Sul petto, due stelle lo accompagnano nell’ultimo viaggio: il simbolo della Federazione Italiana Sport Invernali e una spilla delle Olimpiadi di Innsbruck. Il presidente della FISI, Flavio Roda, insieme a tutta la Federazione, stringe la famiglia Cocconi in un abbraccio commosso.
Il figlio Silvio ricorda un padre dal carattere granitico, capace di trasmettere un amore viscerale per lo sci e per la vita intera, principio guida di ogni sua giornata fino all’ultima. Parma saluta un maestro di pasticceria capace di trasformare la propria arte in diplomazia sportiva, un gesto gentile che attraversa cinquant’anni di storia olimpica e continua a profumare, ancora oggi, le case degli azzurri.






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