Notizie

Un padre a bordo pista: la fatica più bella della vita

A un certo punto della vita di tuo figlio, qualcuno ti guarda e la spara lì: «Ma perché non gli fai fare sci agonistico?». La domanda sembra innocua. Una sciocchezza. Tu immagini la neve pulita, le domeniche all’aria buona, magari una medaglietta infilata in fondo a un cassetto. Un idillio. Poi quella scelta entra dappertutto. Come l’acqua quando trova una crepa. Si infila nel calendario, nei conti di casa, nelle vacanze, nelle amicizie, nel sonno. A poco a poco la settimana prende la forma rigida e immutabile dello sci. In quei secondi sei soltanto uno spettatore con il fiato sospeso.

Gli attrezzi sono soltanto l’inizio. Ci sono sci per allenarsi e sci per le gare, scarponi che sembrano gabbie, caschi, protezioni, tute, guanti, occhiali, maglie antitaglio.

Poi arriva il capitolo manutenzione: scioline, spazzole, lime, riparazioni. Un laboratorio. Ogni oggetto possiede una funzione maniacale e un prezzo che, fino a cinque minuti prima, ignoravi potesse esistere. Impari termini da lingua straniera senza essere mai uscito dall’Italia: impronta, lamina, tuning, struttura. Distingui una sciolina dall’altra, capisci perché uno sci debba essere preparato in un certo modo, discuti di angoli e materiali con una serietà che, fuori da quel circo, farebbe ridere i polli. Anche un paio di sci, prima di affrontare una discesa, pretende le cure da strumento musicale. E la macchina si riempie. Il bagagliaio abdica: perde ogni ambizione automobilistica e diventa un ripostiglio alpino su quattro ruote. In casa è l’invasione. Gli sci occupano pareti, corridoi, balconi. I guanti bagnati sfrigolano sui termosifoni, gli scarponi fanno la guardia alla porta, le tute svenute sulla sedia.

L’inverno assomiglia sempre più a un inquilino ingombrante, con pessime abitudini e nessuna intenzione di pagare l’affitto. Le sveglie suonano quando fuori è notte fonda. Si parte con il buio, mentre il paese dorme e tu guidi cercando di tenerti a galla gli occhi. Il bambino, dietro, russa. Di già. Così piccolo, cavoli. Pensi al lavoro che ti aspetta lunedì, alla stanchezza accumulata, ai soldi che se ne vanno, alla domenica appena requisita. Il caffè preso al volo all’autogrill ha il sapore di una medicina. La strada sale e il cielo comincia appena a schiarire.

Poi controlli il telefono. Una, due, dieci volte. Vuoi sapere se la gara è confermata, se il vento ha chiuso l’impianto, se il pulmino è arrivato, se lui ha già fatto la ricognizione. Ti chiedi se sia caduto, se si sia fatto male, se abbia mangiato qualcosa. Il telefono diventa un oracolo tascabile: lo interroghi di continuo e spesso tace proprio sul più bello. Il programma può saltare per una nuvola di traverso, una raffica, una lastra di ghiaccio pericolosa. Una giornata preparata da settimane si dissolve in dieci minuti. Si torna indietro, con le borse intatte e la sensazione bruciante di aver attraversato mezza regione per consegnare benzina all’inutilità.

La scuola va incastrata a forza. I compiti si fanno in macchina sul raccordo, le verifiche si recuperano, gli insegnanti vanno avvisati. Qualcuno comprende, qualcuno meno. Specie quelli che odiano lo sci e attendono il lunedì con la pazienza del cacciatore che ha già scelto la preda. Le vacanze hanno un calendario alieno, diverso da quello di tutti gli altri. Gli amici invitano, ma prima bisogna consultare il programma degli allenamenti. Che non considera negoziabile quasi nulla. Mai.

Poi arrivano le discussioni. Tuo figlio è stanco, ha freddo, vuole tornare a casa. Oppure vuole allenarsi, però in un altro modo. Gli sci non vanno, il tecnico gli ha detto qualcosa che gli è rimasto sullo stomaco, una gara è andata male. Una invece è andata bene, ma lui è già furioso per quella porta affrontata un po’ alla cavolo, per quel mezzo secondo perso, per una traiettoria che nella sua testa continua a ripetersi come una colpa. Tu vorresti aiutarlo e spesso finisci per irritarlo. Gli chiedi com’è andata e lui risponde «bene». Se è contento e fa sì con la testa, allora lo incalzi per capire perché abbia quella faccia e lui si chiude ancora di più.

Qualche volta ti viene voglia di dirgli che, con tutto quello che fate per lui, potrebbe almeno mostrare un po’ di riconoscenza. È una frase che sarebbe meglio non pronunciare. Perché lo sci agonistico mette alla prova anche i genitori. Ti costringe a distinguere il tuo desiderio dal suo. Ti obbliga a capire se stai accompagnando una passione oppure se, senza accorgertene, hai cominciato a nutrirti delle sue ambizioni. Le sconfitte complicano non poco la situazione. Una porta saltata, un errore di linea, un tempo lontano da quello sperato. Il bambino arriva al traguardo, si toglie gli sci e non parla. Tu lo guardi e vorresti ridimensionare la faccenda: ci saranno altre gare, è soltanto sport, l’importante è divertirsi.

Ma dentro quelle ore tuo figlio stava diventando grande. Tu gli eri accanto, con il sonno addosso, le mani gelate e una borsa da preparare per il giorno dopo. Lui imparava a stare dentro una gara. Tu trovavi il tuo posto dentro la sua vita. E alla fine capivi che accompagnare non significava spingere sempre, né risolvere tutto. A volte voleva dire soltanto esserci: stringere gli scarponi, ascoltare in silenzio, trovare la parola giusta dopo una caduta e, soprattutto, sapere quando non dire niente.

Lo sport, intanto, faceva il suo lavoro su entrambi. A lui insegnava la disciplina, la pazienza, il rispetto dell’avversario, la fatica di ricominciare. A te insegnava ad aspettare, a fidarti, a capire che un figlio cresce anche quando smetti di tenergli la mano. E quelle mattine, quelle trasferte, quelle ore sottratte al sonno erano diventate molto di più del prezzo di una gara: erano il vostro modo di stare insieme, una piccola scuola di vita frequentata in due.

Arriverà una mattina in cui quella sveglia suonerà soltanto nella testa. Ti mancheranno le borse, le strade buie, le attese congelate a bordo pista, le giornate costruite attorno a tre minuti di gara. Ti mancherà persino la fatica. Perché, senza quasi accorgertene, stavi diventando grande anche tu.

* Il soggetto padre è solo rappresentativo, uguale alla madre
** In foto David Castlunger col padre, foto puramente indicativa

About the author

Marco Di Marco

Nasce a Milano tre anni addietro il primo numero di Sciare (1 dicembre 1966). A sette anni il padre Massimo (fondatore di Sciare) lo porta a vedere i Campionati Italiani di sci alpino. C’era tutta la Valanga Azzurra. Torna a casa e decide che non c’è niente di più bello dello sci. A 14 anni fa il fattorino per la redazione, a 16 si occupa di una rubrica dedicata agli adesivi, a 19 entra in redazione, a 21 fa lo slalom tra l’attrezzatura e la Coppa del Mondo. Nel 1987 inventa la Guida Tecnica all’Acquisto, nel 1988 la rivista OnBoard di snowboard. Nel 1997 crea il sito www.sciaremag.it, nel 1998 assieme a Giulio Rossi dà vita alla Fis Carving Cup. Dopo 8 Mondiali e 5 Olimpiadi, nel 2001 diventa Direttore della Rivista, ruolo che riveste anche oggi. Il Collegio dei maestri di sci del Veneto lo ha nominato Maestro di Sci ad Honorem (ottobre ’23).

Add Comment

Click here to post a comment