Tecnica

Sul tappeto, davanti a uno specchio, prima di sbagliare sulla pista

Quaranta minuti sugli sci. Forse un’ora, tirando le somme per bene. Una manciata di discese che, raccontata così su due piedi, suona quasi come una battuta per chi l’inverno lo passa dentro una pista dalla mattina alla sera.
L’emiliano Roberto Boselli, allenatore del Comitato svizzero del Canton Ticino, i conti li ha fatti con precisione: una trentina di ragazzi, due giornate, due o tre sessioni da una decina di minuti l’una. Quaranta, sessanta minuti veri, con gli sci ai piedi. Poi lo specchio. Ed è proprio quello specchio, alla fine, a ribaltare la faccenda.
Narciso, davanti a uno specchio d’acqua, la vita se l’è giocata tutta. Questi ragazzi, per fortuna, devono solo imparare a sciare meglio. La distanza sembra siderale, eppure a guardarla da vicino una parentela salta fuori: vedersi cambia il rapporto con quello che si sta facendo.


Lo sciatore vive una condizione curiosa. Il corpo lo sente addosso in ogni istante, lo vede raramente nel momento esatto in cui lavora. Scende, curva, prende una porta, arriva in fondo. Si ferma. Il video gli restituisce quello che ha appena fatto. L’allenatore indica un ginocchio, una spalla, il bacino, una mano troppo alta, un peso finito dove doveva restare a casa.
«Qui devi fare così». Lui capisce. Con la testa, almeno. Poi riparte, e succede una cosa meravigliosamente umana: il corpo fa quello che sa fare, altro che quello che gli hanno appena spiegato!
Per anni l’apprendimento l’abbiamo raccontato come una faccenda di testa: capire, ricordare, applicare. Aristotele l’aveva già intuita, questa storia, quando diceva che l’abitudine costruisce il gesto e diventiamo ciò che ripetiamo. Lo sport ha preso quell’intuizione e l’ha trasformata in una specie di legge fisica: ripeti un movimento abbastanza volte, e quel movimento finisce per appartenerti.
Il guaio arriva con le cattive abitudini. Quelle diventano nostre con una facilità sconcertante. Uno sciatore può sapere benissimo cosa dovrebbe cambiare e fare esattamente il contrario. Guardarsi al video, riconoscere l’errore, ascoltare l’allenatore, annuire con la faccia seria di chi ha finalmente capito tutto. Poi arriva la neve, parte la prima curva e il corpo torna dritto al suo vecchio mestiere. Come avesse un’opinione tutta sua.
Sul tappeto installato vicino a Lugano il ragazzo si guarda mentre si muove. Subito, in diretta, mentre il gesto è ancora caldo. E lì scatta una piccola rivoluzione.


Il movimento cambia padrone: dalla voce dell’allenatore passa dritto nelle mani dell’atleta, che lo osserva, lo ripete, lo corregge, lo sente sulla pelle. La vista entra dentro un gesto che fino a quel giorno apparteneva soprattutto ai muscoli. Una differenza enorme, questa. Dire a un ragazzo “devi stare più avanti” serve fino a un certo punto. Più avanti rispetto a cosa? Quanto? Con quale muscolo, con quale pressione sullo sci, con quale sensazione precisa? Il linguaggio racconta il movimento, il corpo poi deve tradurlo. E nello sci quella traduzione è spesso il pezzo più duro del mestiere.
Il tappeto (ce n’è uno nuovo di zecca a Chatillon (AO) funziona come un laboratorio. La neve presenta il conto di ogni sbaglio: una pista da risalire, un impianto da aspettare, una discesa già andata, un’altra da preparare da capo. In un’ora vera di sci, dice Boselli, sulla neve possono volerci giorni interi. Sul tappeto concentri tentativi, errori, correzioni e nuovi tentativi nello spazio di pochi minuti.
Sia chiaro fino in fondo: il tappeto è un’altra cosa, la neve è la neve. Trenta centimetri di fresca sotto gli sci, il fiato corto di un muro ghiacciato, il vento che cambia idea a metà pista: quella è una lingua che si impara soltanto lassù, con il freddo vero addosso e il rischio vero sotto i piedi. Il tappeto sta un gradino più in basso, un allenamento parziale, quasi un gioco al confronto con la montagna. Eppure qualcosa lo regala comunque: la possibilità di arrivare sulla neve con un’informazione in più già scritta dentro il corpo.
La cosa interessante è proprio questa: il tempo passato a fare una cosa racconta poco dell’esperienza vera. Due ore possono valere due ore vere, oppure dieci minuti ripetuti dodici volte senza che cervello e muscoli abbiano davvero afferrato cosa stava succedendo. Un bambino scende cento volte dalla stessa pista e si porta dietro lo stesso identico errore. Poi, un giorno, gli capita di vederlo. E quella curva ripetuta cento volte diventa, all’improvviso, un’altra curva.
Lo sport, in fondo, vive di questi piccoli misteri. Un pianista ripete una battuta finché le dita prendono in mano la faccenda da sole. Un pittore osserva un volto per ore prima di scovare la linea che lo rende vivo. Un ballerino prova lo stesso passo finché il gesto si scrolla di dosso ogni sforzo e si fa naturalezza pura. Michelangelo diceva che la mano segue l’intelletto, ma la storia dell’arte racconta soprattutto uomini che hanno passato una vita a insegnare alle proprie mani quello che la mente aveva già visto.
Nello sci succede qualcosa di simile. Solo che sotto i piedi c’è una montagna vera, e spesso trenta secondi per dimostrare di aver imparato. E allora quello specchio davanti al tappeto assomiglia a qualcosa di più di uno strumento tecnico. E’ una scorciatoia dentro il processo di apprendimento. Permette al ragazzo di incontrare il proprio movimento prima che la neve lo inghiotta, lo trasformi, lo acceleri.
Poi arriveranno la pista, il ghiaccio, la luce piatta, il terreno che cambia, la porta che spunta troppo presto, quella curva che in allenamento sembrava facilissima ma in gara diventa un incubo. La neve farà la neve, il corpo, però, avrà già incontrato quel gesto almeno una volta.
Il regalo vero di quei due giorni vicino a Lugano sta altrove: qualche possibilità in più di capire quello che si sta facendo, più che qualche minuto di sci in più. Perché imparare a sciare significa anche questo: allentare, piano piano, la presa della testa sul corpo, fino al punto in cui il corpo sa già cosa fare da solo. Lo specchio serve a quel passaggio. Poi, finalmente, lo si lascia alle spalle. E si va a sciare.

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Marco Di Marco

Nasce a Milano tre anni addietro il primo numero di Sciare (1 dicembre 1966). A sette anni il padre Massimo (fondatore di Sciare) lo porta a vedere i Campionati Italiani di sci alpino. C’era tutta la Valanga Azzurra. Torna a casa e decide che non c’è niente di più bello dello sci. A 14 anni fa il fattorino per la redazione, a 16 si occupa di una rubrica dedicata agli adesivi, a 19 entra in redazione, a 21 fa lo slalom tra l’attrezzatura e la Coppa del Mondo. Nel 1987 inventa la Guida Tecnica all’Acquisto, nel 1988 la rivista OnBoard di snowboard. Nel 1997 crea il sito www.sciaremag.it, nel 1998 assieme a Giulio Rossi dà vita alla Fis Carving Cup. Dopo 8 Mondiali e 5 Olimpiadi, nel 2001 diventa Direttore della Rivista, ruolo che riveste anche oggi. Il Collegio dei maestri di sci del Veneto lo ha nominato Maestro di Sci ad Honorem (ottobre ’23).

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