Segnatevi le possibili date 10 o 24 ottobre 2026. Assemblea elettiva della Federazione Italiana Sport Invernali. Una di quelle giornate in cui il mondo dello sci – atleti, tecnici, società, sponsor, gestori di impianti, funzionari federali con la cravatta storta – si ritrova a fare i conti con sé stesso.
Flavio Roda è presidente dal 2012. 14 anni. Tre mandati e mezzo, con quei primi due anni scarsi che hanno già fatto discutere, litigare, ricorrere ai tribunali sportivi — storia lunga, andate a rileggerla. Nel 2022, prima il Tribunale Federale, poi la Corte di Appello Federale, quindi il Collegio di Garanzia del CONI gli aveva dato il via libera. Il TAR aveva infine confermato. Roda si era ricandidato, aveva preso il 57,62% al primo turno, aveva battuto Maldifassi, Dalpez e Falez. Presidente confermato.
Adesso si parla di quarto mandato. Anzi, quarto e mezzo. Le candidature ufficiali non sono ancora aperte, sia chiaro. Sarebbe scorretto darle per scontate. Ma il ragionamento politico va avanti da mesi nei corridoi della federazione e la domanda che tutti si fanno, sottovoce o ad alta voce a seconda del coraggio, è una sola: Roda si ricandida? Se la risposta fosse sì (diciamo che lo è al 99%), entrerebbe in gioco una norma che cambia tutto.
Il 22 giugno 2024 è entrato in vigore un decreto-legge che ha modificato l’articolo 16, comma 2, del decreto legislativo 242 del 1999 — la legge madre dello sport italiano. Il testo è senza margini di interpretazione: un presidente al quarto mandato consecutivo viene eletto solo se alla prima votazione ottiene i due terzi dei voti validamente espressi. Il 66,67%. Non la metà più uno. Due terzi. Una soglia che nella storia delle federazioni sportive italiane ha il sapore di una missione quasi impossibile. Questo anche se dovesse essere l’unico candidato.
Facciamo i conti. Nel 2022 Roda aveva preso il 57,62%. Risultato solido, da presidente in carica con consenso reale. Ma il 57% non è il 66,6%. Mancano quasi dieci punti percentuali. Portarsi ai due terzi significherebbe convincere anche chi lo ha votato contro, neutralizzare le opposizioni interne, costruire un consenso trasversale quasi unanime in una federazione che riunisce discipline diverse con interessi spesso divergenti e storie parallele che si incrociano raramente.
Nel 2012 raccolse il 57,89% del consenso (55.538 voti), battendo Lorenzo Conci che si fermò al 40,11% (40:278 voti). Molto simile il risultato del 2014 quando Flavio raggiunse il 58,86% (57.279 voti), precedendo Pietro Marocco 28,64% (27.868 voti) e Manuela Di Centa: 12,51% (12.173 voti). Quattro anni dopo un vero plebiscito: 79,19% (73.495 voti) con Claudio Ravetto fermo al 10,94 % (10.157 voti), Maurizio Paniz 8,77 % (8.139 voti) e Franco Vismara 1,04 % (970 voti). Raggiungere la soglia del 66,6 %, oggi, non è dunque una passeggiata.
La parte più bizzarra della norma, però, è questa. Se Roda non raggiungesse i due terzi, non perderebbe a favore di un avversario. L’assemblea fallirebbe. Niente ballottaggio, niente secondo classificato automaticamente vincitore. La norma è esplicita: in caso di pluricandidature si indicono nuove assemblee elettive. Nel frattempo, Roda rimane, in prorogatio, a gestire l’ordinaria amministrazione. La nuova data cadrebbe facilmente in primavera 2027, a conclusione della stagione. Anticipare a gennaio, in piena attività agonistica è quasi impensabile. Ma per questa seconda manche Roda non potrebbe più candidarsi come Presidente.
Un paradosso perfetto
La norma nasce per limitare le presidenze a vita. Risultato: se il presidente uscente è abbastanza forte da non essere spazzato via da un’alternativa compatta, rimane lui. Più è forte, più è difficile sostituirlo. I suoi avversari potrebbero sommare voti sufficienti a batterlo in un’elezione ordinaria, ma faticano a convergere su un candidato unico. E l’assemblea fallisce. E lui resta. L’assemblea elettiva di ottobre servirebbe più che altro a capire fin dove arriva oggi il consenso su Flavio. Sempre che non si presenti qualche altro candidato capace di batterlo.
In mezzo a tutto questo c’è Milano Cortina. A febbraio 2026 l’Italia ha vissuto i suoi Giochi olimpici invernali. Attesi da vent’anni, sognati, costruiti tra polemiche e aspettative. Trenta medaglie totali, diciannove delle quali firmate FISI. Un bilancio che Roda porta all’assemblea di ottobre come curriculum — nel bene e nel male, perché un’Olimpiade di casa lascia tracce profonde e i delegati federali ricordano tutto, le vittorie e le delusioni.
Chi potrebbe candidarsi contro di lui? Il panorama esiste, si muove, ragiona. Per ora sottovoce. Chi volesse provarci sa già che la strategia non è vincere al primo turno – impresa altrettanto difficile – ma logorare, resistere, presentarsi come la soluzione stabile alla seconda convocazione. Una strategia a due tempi, anzi, diciamo pure in due manche, lunga, paziente. Non esattamente lo stile dello sport.
Il 10 o 24 ottobre scopriremo come andrà. Con una norma nuova, una soglia mai vista, e la possibilità concreta, per la prima volta nella storia della FISI, che un’assemblea elettiva non elegga nessuno. Sarebbe una novità assoluta. E nello sport, le novità assolute non sono mai banali.






Add Comment